[Avamposto Scopelliti] Il governatore: chi racconta i miei guai è “cialtrone” e fa parte della “cricca”

scritto il 21 November 2011 da robertorossi

Perché il presidente della Regione Scopelliti ha insultato pubblicamente i giornalisti Guido Ruotolo, Enrico Fierro e Roberto Galullo.

di Roberto Rossi

Guido Ruotolo, Enrico Fierro e Roberto Galullo, «giornalisti cialtroni», che «pensano di costruire le loro fortune personali sulle disgrazie altrui» e «che fanno parte della cricca». Parola di Giuseppe Scopelliti, governatore della Calabria, che lo scorso 16 novembre, sul lungomare dello stretto, durante una manifestazione pubblica in memoria di Ciccio Franco, ha pensato bene di legare il ricordo del leader fascista della rivolta di Reggio del ‘70 a sonore scudisciate nei confronti dei tre noti giornalisti in forza rispettivamente a «La Stampa», «Il Fatto Quotidiano» e «Il Sole24ore».

Scopelliti parla ai suoi. Rivendica quanto di buono è stato fatto dalla sua passata amministrazione cittadina e chiude attaccando i tre senza entrare, tuttavia, nel merito delle questioni sollevate dai loro recenti articoli sulla passata gestione finanziaria del Comune, ma definendoli semplicemente «cialtroni» e partecipi di una qualche «cricca». Un atteggiamento, quello del governatore, che tradisce un certo nervosismo. D’altra parte, i motivi per essere nervosi non mancano.

A poche centinaia di metri dal lungomare, infatti, dentro il palazzo di Giustizia, si indaga su di lui. Due contestazioni, per un’unica ipotesi di reato: falso in atto pubblico. Proprio il 17 novembre Scopelliti sarebbe dovuto comparire davanti ai pm per rispondere delle presunte irregolarità contabili dei bilanci comunali approvati negli anni che vanno dal 2007 al 2010, periodo in cui era sindaco della città. Secondo una recente relazione degli ispettori del ministero del Tesoro sarebbero «stati adottati artifici contabili al fine di occultare la reale situazione finanziaria dell’ente». La voragine del debito è stata calcolata in 170 milioni di euro. La città sull’orlo del fallimento. Centinaia di lavoratori delle partecipate che non prendono stipendi da un semestre.

L’altra contestazione riguarda una prassi contabile che sarebbe stata messa in atto per occultare la reale direzione di alcuni finanziamenti. Un reato che Scopelliti avrebbe commesso in concorso con Orsola Fallara, l’ex dirigente comunale del settore Finanza e Tributi che non potrà mai dare la sua versione dei fatti perché morta suicida nel dicembre 2010 dopo aver ingoiato acido muriatico, in circostanze misteriose. Come misteriosa è la morte di un suo intimo confidente, Peppe Sorgonà, ucciso il 7 gennaio 2011 «in modo eclatante – scrive Enrico Fierro sul “Fatto” lo scorso 4 novembre – crivellato di colpi come si usa a Reggio  quando l’omicidio deve parlare soprattutto ai vivi. Se (Orsola Fallara, ndr) gli ha confidato segreti sugli anni d’oro del Comune non lo sapremo mai.»

Ci sono poi, a infastidire la quiete del governatore, le risultanze delle recenti inchieste dell’Antimafia reggina: l’arresto di Santi Zappalà, consigliere regionale e grande elettore di Scopelliti, finito dentro per aver chiesto voti al clan Pelle; i guai giudiziari dell’assessore regionale all’Ambiente Francesco Pugliano; il fatto che in diversi procedimenti almeno cinque pentiti di ‘ndrangheta abbiano fatto il nome dello stesso Scopelliti.

Di questo si sono occupati Galullo, Fierro e Ruotolo. Hanno raccontato i fatti, mettendoli in fila, cercando di ricostruire un clima, una situazione. Con la consueta attenzione che mettono quando, spesso, scrivono di mafia e politica. Così è avvenuto nei primi giorni di novembre.

Il pezzo «Cinque pentiti: così noi aiutiamo i politici» di Enrico Fierro, è apparso sul «Fatto» il 3 novembre: «A Reggio Calabria s’indaga sull’appoggio mafioso ai candidati». Lo stesso giorno su «La Stampa», c’è il reportage «Le trame oscure di Reggio Calabria» di Guido Ruotolo: «Attentati ai pm, veleni tra magistrati e la pressione della ‘ndrangheta Viaggio in una città sotto scacco». Sullo stesso giornale, il giorno dopo, «Reggio Calabria a picco tra sprechi e cosche», sempre Ruotolo: «Il Comune sepolto dai debiti, aziende non pagate. Nel mirino la gestione di Scopelliti, ora governatore». Lo stesso 4 novembre, sul «Fatto», Enrico Fierro pubblica un’ampia inchiesta sullo stesso tema, dal titolo «Il miracolo è finito»: «Prima le archistar e le feste con Lele Mora. Ora solo i debiti. Reggio Calabria sul lastrico».

Dell’8 novembre è invece l’inchiesta di Roberto Galullo sul «Sole24Ore», la settima puntata di un ampio approfondimento che la testata di Confindustria sta conducendo sui conti delle Regioni. È dedicata alla Calabria e il giornalista – oltre a ripercorrere il caso Fallara di cui aveva già scritto ampiamente in passato sia sul giornale che sul suo blog – mette in fila i numeri della spesa pubblica, lasciando intendere, la ragione clientelare di alcune “schizofrenie” di bilancio.

Un fuoco incrociato. Tale deve essere apparso agli occhi del governatore tanto interesse da parte della stampa nazionale per la sua Regione, e per questioni che lo riguardano personalmente. Al punto da esternare un insulto – «cialtroni che fanno parte della cricca» – che nulla dice sulle indagini che lo riguardano, sul buco di 170 milioni del Comune, sui rapporti tra mafia e politica. Una messa all’indice, contro la quale hanno preso posizione i cdr delle testate dei tre cronisti, Ossigeno per l’informazione, la segreteria nazionale del Pd e il settimanale calabrese «Il Corriere della Calabria», che in passato è stato anch’esso vittima – nella persona del suo direttore, Paolo Pollichieni, e di un suo giornalista, Lucio Musolino – di simili attacchi da parte del governatore Scopelliti.

È accaduto il 7 ottobre 2010, quando Musolino lavorava ancora per «Calabria Ora», che il suo stesso giornale ospitasse una lunga intervista al governatore nella quale ha dichiarato: «Lei pensa che non ci siano molte persone che conoscono i mafiosi e non per questo sono mafiosi? Secondo me anche alcuni giornalisti del suo giornale… Ci sono giornalisti del suo giornale che il garantismo lo conoscono poco. Per esempio Lucio Musolino». Lo stesso, più esplicitamente, avvenne il 5 dicembre. Questa volta l’intervista fu rilasciata a «Libero»: «(Musolino, ndr.) ha uno zio, fratello del padre, il quale risulta affiliato alla cosca Araniti.» Il governatore, in entrambi i casi, non entra nel merito degli articoli del giornalista, che riportavano notizie in merito a sue presunte frequentazioni con uomini di ‘ndrangheta.

Più recente è la vicenda che riguarda Pollichieni. Il 10 agosto scorso sul «Corriere della sera», Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, riprendono – nel cappello dell’articolo in prima pagina – una notizia pubblicata dal «Corriere della Calabria» circa la sponsorizzazione di “Miss Italia nel mondo” da parte della Regione con i soldi «che sarebbero stati presi dall’amputazione dei fondi per il contrasto alla povertà e il sostegno alle famiglie». Il giorno dopo, la risposta di Scopelliti sulle colonne del quotidiano milanese è questa: «(Pollichieni, ndr.) è personaggio già noto alle cronache giudiziarie calabresi e che, nel tempo, ha intrattenuto una serie di incarichi professionali lautamente ricompensati proprio dalla Regione Calabria». Ancora una volta, nessuna voglia di spiegare, nessuna intenzione di rispondere alle evidenze raccontate da un articolo di giornale. Solo attacchi personali a chi è colpevole di fare informazione.

Roberto Rossi

GLI ARTICOLI DI RUOTOLO, FIERRO E GALULLO:

Galullo, 8 novembre: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=16LG9A

Fierro, 3 novembre: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=16DOA2

Fierro, 4 novembre: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=16FIKQ

Ruotolo, 3 novembre: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=16DVJ6

Ruotolo, 4 novembre: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=16FPQ3

Ruotolo, 18 novembre: http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/430653/

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[AVAMPOSTO "SUD"] Il free-press di giornalismo investigativo catanese perde il suo direttore

scritto il 13 February 2011 da robertorossi

La storia ci puzza un bel po’. Conosciamo personalmente Antonio Condorelli, lo stimiamo e non ci paiono possibili le accuse che gli rivolgono gli editori. Cercheremo di capire, in questo e in altre piattaforme. Intanto vi alleghiamo la nota che Antonio ha mandato ieri a “Catania Oggi” nella quale denuciava che il suo IP al sito di Sud era stato bloccato. A seguire, la versione degli editori apparsa oggi sul sito del giornale. Siamo sconcertati e vicini ad Antonio Condorelli, lo ripetiamo, per stima professionale e amicizia.

Condorelli: “l’informazione d’inchiesta non puo’ essere strumento”
CataniaOggi 12.02.2011

Riceviamo e pubblichiamo la seguente nota a firma di Antonio Condorelli: “Invio la seguente nota perchè il mio IP è stato bloccato e non posso commentare nè scrivere sul portale www.sudpress.it da me diretto sino a pochi giorni addietro”.
“La sfida che ogni giorno mi ripropongo è quella di un’informazione pura che porti in primo piano i fatti documentandoli in modo asettico. – continua la nota – Gli editori di Sud hanno investito nel settore asfittico dell’informazione e ho avuto, sino a qualche giorno addietro, la possibilità di lavorare liberamente sulla base della linea politico-editoriale concordata”.
“Il problema è sorto quando è nata all’improvviso l’associazione “amici di Sud” che, indicando come logo e come sede la stessa del giornale da me diretto, denunciava al Csm il giudice Gari, marito dell’assessore-sovrintendente del Teatro Massimo Bellini Rita Cinquegrana”.
“I due comunicati stampa inviati dall’indirizzo amicidisud@libero.it erano siglati “amici di Sud”. – c’e’ scritto sulla nota -
“La mia presa di distanze è stata immediata per salvaguardare la mia posizione di giornalista che fa informazione, e il ruolo dei collaboratori di Sud”. – continua la nota – “La stessa sera è avvenuta una riunione con gli editori Basile e Di Rosa alla presenza del legale della società Avv. Antonio Fiumefreddo. A conclusione della riunione veniva pubblicato su Sud un comunicato in cui gli editori preannunciavano la presa di distanze da questa associazione visto che Di Rosa, Basile e il legale Fiumefreddo si dicevano all’oscuro di tutta la vicenda. – continua la nota – Anzi la condannavano aspramente. Il patto era quello di andare l’indomani alla Polizia Postale per scoprire chi avesse osato utilizzare il logo di Sud e l’indirizzo della redazione per una denuncia al Csm. Ritornato a casa ho scaricato i files dell’associazione “amici di Sud”, li ho aperti con open office e cliccando su “file” sono andato su “Proprietà” ed è risultato “proprietario” “Antonio Fiumefreddo”. Immediatamente ho chiamato l’editore Di Rosa chiedendo spiegazioni. L’indomani gli editori non hanno mantenuto la parola della denuncia alla polizia postale”
“In questa vicenda c’è però un profilo essenziale che mi ha spinto alla rottura con gli editori, – scrive Condorelli – che va ben oltre la bugia sugli autori della denuncia al Csm”.
“Quando ho fatto i servizi sull’assessore Cinquegrana, – dice Condorelli” moglie del Gip Gari, il mio fine esclusivo era quello di informare di un fatto grave i cittadini. Quando invece si utilizza il logo del giornale per fare un esposto al Csm contro il giudice Gari, l’informazione rischia di diventare strumento di un’associazione che agisce politicamente. E c’è di più perchè Fiumefreddo, che è risultato “proprietario” del file-denuncia firmato “amici di Sud”, ha avuto un contrasto personale con la Gari”.
“La rottura – continua la nota – è stata su questa cosa, almeno da parte mia. L’informazione, soprattutto nel giornalismo d’inchiesta, non può essere strumento di questioni personali o di associazioni che utilizzano il logo del giornale facendo denunce e promettendo attività “collaterali” di carattere politico anche se non partitico”.
La conclusione qual è?
“E’ che io ringrazio gli editori Di Rosa e Basile per aver creato questa nuova realtà editoriale, – continua la nota – se tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto. Sino ad una settimana addietro ho ritenuto Sud luogo ideale in cui fare informazione a mio modo. Dopo i fatti che ho raccontato sono caduti i presupposti. Quindi auguro ogni bene agli editori di Sud e agli “amici di Sud”, compresi quelli che non appaiono e scrivono denunce.”
“Io continuerò a fare il giornalista senza “movimenti collaterali”. Le inchieste non sono finite, presto in campo una nuova testata indipendente. – conclude Condorelli – “A parlare saranno sempre i fatti e le carte”.

SUD SI E’ LIBERATO DI UN RISCHIO PERICOLOSO
SudPress 13.02.2011

In un mio post ho fatto riferimento a Fabio Cantarella rispondendo ad un commento che ricostruiva in maniera tendenziosa alcune vicende di SUD.Se, come afferma adesso, non è lui l’autore me ne scuso, ma resta suo interesse accertarne l’origine.Resta però quanto malevolmente scritto dall’abusivo, e ne approfitto per dare alcuni chiarimenti.
In particolare quel post si riferiva ad un’inesistente ed impossibile ruolo “ambiguo” di Antonio Fiumefreddo nel giornale. Impossibile perchè Fiumefreddo, come da me affermato mille volte in questi mesi, ha partecipato sin dall’inizio alla creazione di SUD, è stato addirittura lui stesso a presentare Antonio Condorelli e “raccomandarlo” caldamente a noi editori! Ha solo scelto, per i motivi esposti nella mia precedente e lunghissima nota, di non occuparsi direttamente della gestione della società. Stessa cosa fatta da altri carissimi amici. Se avessero voluto partecipare direttamente alla Società sarebbero stati più che benvenuti, ci mancherebbe. Tra l’altro, il rapporto di Antonio Fiumefreddo col giornale e col suo direttore è stato costante e proficuo, ci ha evitato errori sul piano della responsabilità penale e approntato la più opportuna tutela nell’interesse del giornale. La linea editoriale, chiara e trasparente sin dall’inizio, è ovviamente figlia diretta e legittima di un comune sentire e di un costante confronto. Ed era nota, partecipata e più che condivisa, a parole, da Condorelli. Saranno state centinaia le riunioni ed i pranzi in cui si è discusso dei temi del giornale. Se Condorelli arriva oggi a definire Antonio Fiumefreddo solo come il “legale” della società manifesta un problema suo, che dovrebbe preoccupare i sostenitori della sua “indipendenza e trasparenza”.
Significa forse che il direttore di SUD Antonio Condorelli ha taciuto, nascosto, negato i suoi quotidiani contatti con Antonio Fiumefreddo? E perchè? Non lo capisco. Antonio Fiumefreddo, e con lui i suoi amici, è stato uomo di battaglie campali in questa città, tutte rese incomprensibili e mistificate da una stampa di regime collusa e scorretta. PROPRIO DA QUESTO NASCE SUD, e Condorelli lo sapeva benissimo, sin dal primo incontro! Di cosa stiamo parlando? Perchè questo sotterfugio? Forse ha a che fare con le frequentazioni di Condorelli di ambienti politici a noi estranei e da lui tenacemente tutelati, a scapito del giornale e dei suoi lettori? Forse ha a che fare con le interviste, pubblicate sul nostro sito e a nostra insaputa, tra l’altro giornalisticamente inutili, al suo professore di tesi? Forse ha a che fare con la partecipazione nella qualità di direttore di SUD a convegni indetti da esponenti politici senza che ne sapessimo nulla? Forse ha a che fare con la contemporanea iscrizione come “amici di SUD su Facebook” di ben 400 iscritti ad una specifica forza politica senza che noi ne sapessimo nulla. Chi ha voluto utilizzare il nostro lavoro ed i nostri soldi? Quali sono le reali fonti che utilizza per i suoi scoop? E quale tutela si deve garantire per continuare ad ottenere le sue famose carte? Investigazione o prostituzione? Siamo stati forse troppo rispettosi di una tanto sbandierata quanto inesistente indipendenza. E ce ne siamo accorti troppo tardi, questa è la verità. Non pare strano che ad essere colpita sia stata una sola parte politica, mentre la copertura degli editori era totale e sollecitante per un analisi obiettiva dell’intero sistema? Può essere che un così abile “investigatore” non riuscisse a trovare nulla da segnalare su alcuni rappresentanti di specifici gruppi politici che pure hanno ruoli di altissimo rilievo nello sfascio generale? Non è possibile!Avevamo deciso, per stile e opportunità, di sedare la polemica, concentrandoci sul doveroso rilancio di SUD, valutando con la dovuta attenzione le numerose candidature all’ambito ruolo di Direttore di SUD, ma la decisione del signor Condorelli di continuare ad emanare, su siti a lui amici e non solo, comunicati ed interviste con affermazioni assolutamente false, ci costringe a chiarire e a reagire in tutte le sedi a tutela di una verità che, evidentemente merita di essere acclarata.Totalmente falso, infine, è che sarebbe stato inibito il suo IP e che non gli sarebbe stato consentito inserire commenti. La storia personale non consente a nessuno di darci lezioni di libertà, indipendenza e coraggio.La verità è che quanto abbiamo appreso della reale consistenza del nostro ex direttore e sulla gravissima scorrettezza di comportamento nei confronti degli editori, dei lettori e dei suoi stessi colleghi ci ha sconcertati e non poteva che concludersi con il suo allontanamento.Ripeto, avremmo preferito evitare approfondimenti, ma il perseverare suo e dei suoi accoliti non ci consente reticenze.
Il suo tentativo di danneggiare SUD, i suoi editori e quanti hanno contribuito alla sua fondazione, tentando di passare per “vittima sacrificale” mentre sfruttava la buona fede nostra e dei nostri lettori utilizzando la nostra testata come vomitatorio di qualche segreteria politica a fini personali non può essere tollerato oltre e ne sarà proposta la giusta sanzione nelle sedi opportune oltre che di fronte alla pubblica opinione, alla quale SUD non nasconderà mai niente e adesso è necessario che si sappia tutta la verità, affinchè ignari lettori e seguaci in buona fede non vengano più ingannati da falsi sacerdoti della libera informazione.

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La solitudine di un cronista minacciato

scritto il 12 February 2011 da robertorossi

Le riflessioni di Giuseppe Baldessarro, la replica del suo sindacato.

di Roberto Rossi

Questa è la storia di un giornalista che fa il suo lavoro. Lo fa bene, collabora con testate illustri, vince numerosi premi. Un professionista che sfida i poteri politici, economici e criminali della sua città. Additato come l’infame da alcuni politici, bersagliato da minacce di morte. Non è il solo. Almeno una ventina di giornalisti nella sua regione, la Calabria, sono stati minacciati di morte nell’ultimo anno.

Ma Giuseppe Baldessarro, il protagonista di questa storia, non è mica tipo da sbandierare i suoi meriti. Anche sulle minacce di morte il suo pensiero è mitigato da una lucidità distante anni luce dal sensazionalismo in cui è pur facile cadere quando si parla di queste dinamiche. Non perché non dia peso al rischio, ma perché quell’atteggiamento gli permette di arrivare al cuore del problema, di evidenziare con autorevolezza quelli che sono i veri rischi che corre chi fa bene il suo lavoro in terra di ‘ndrangheta: «Le minacce – ha dichiarato due giorni fa durante un convegno di “Ossigeno per l’informazione”, l’osservatorio FNSI-OdG sui giornalisti minacciati – nel nostro mestiere non arrivano solo dalla criminalità, da quella ci difendiamo. Le minacce arrivano dal Sistema, arrivano dai politici che telefonano al direttore e insinuano sul tuo lavoro.»

Il vero problema, per Baldessarro, è la zona grigia, quella varia e potente umanità che trova conveniente convivere con la mafia, il fenomeno per cui «fare la cronaca in una terra come la Calabria – dice – vuol dire anche affrontare il confine tra il bene e il male.» Saperla riconoscere fra le fumosità che spesso la avvolge, nei discorsi pubblici e privati, nelle dichiarazioni indispettite, nelle delegittimazioni di cui spesso si fa autrice e portavoce. Questo uno dei compiti più difficili di un cronista che tutti i giorni racconta una realtà come quella calabrese.

Quindi, Baldessarro, rispondendo a una domanda, affronta un’altra questione. Quella della solitudine, dell’isolamento di cui un cronista minacciato e delegittimato spesso è vittima: «La Calabria – spiega il giornalista – non e’ una terra normale, ci sono i massimi vertici della criminalità organizzata, la classe politica più corrotta al mondo, da qui passano tutti gli investimenti della mafia e la gente non è solidale con chi ne scrive. Purtroppo non abbiamo strutture che ci difendono: Ordine e sindacato sono assolutamente assenti.»

Una denuncia puntuale. E un punto di vista, il suo, di sicuro non trascurabile. Di questo, della Calabria, dei giornalisti calabresi minacciati e delle prese di posizione del sindacato calabrese a riguardo, aveva parlato, sempre durante il convegno, anche Santo Della Volpe, giornalista del tg3.

Le dichiarazioni di Baldessarro vengono riprese dall’Ansa, quelle di Della Volpe no. Passa un giorno e sul sito del sindacato calabrese appare “La replica del segretario regionale Fnsi, Carlo Parisi, alle dichiarazioni di Giuseppe Baldessarro”: «Se la gente non è solidale con chi scrive – dichiara Parisi – bisognerebbe chiedersi se e quanto sia attendibile ciò che si scrive.» E ancora: «Ordine e sindacato dei giornalisti non sono circoli culturali dediti alla presentazione e alla promozione di libri». A quale libri vorrà riferirsi? Alla puntuale inchiesta su ‘ndrangheta e veleni di Baldessarro e Manuela Iatì? Al libro che ho scritto con Roberta Mani sui giornalisti minacciati in Calabria? Nessuno di questi libri è mai stato presentato né promosso da Ordine e sindacato, né è stato mai chiesto dagli autori di farlo.

Simili dichiarazioni sono venute in passato dallo stesso Parisi. In occasione della presentazione in Calabria del libro sui cronisti calabresi minacciati, il 27 luglio del 2010: «Quando si tratta di analizzare problematiche e vicende così delicate e difficili come le intimidazioni ai professionisti dell’informazione, abbiamo il dovere, etico e deontologico, di essere chiari. Non c’è spazio per il romanzo: chi è veramente minacciato, rischia la vita. Il resto è folklore». Intervistato dal “Manifesto”, in quella stessa occasione, aveva dichiarato: «I giornalisti qui non vivono nel terrore, prima non denunciavano neanche, oggi lo fanno ma qualcuno pensa quasi che sia una medaglia alla carriera.»

E ancora quando – all’indomani di un intervento di Roberta Mani, apparso sul “Quotidiano della Calabria”, sulle minacce ai giornalisti calabresi e a sostegno della manifestazione contro la ‘ndrangheta che quel giornale ha organizzato lo scorso settembre –  in un editoriale invita a non dare troppo clamore alle minacce ai giornalisti della sua terra per evitare l’effetto “emulazione”, al contrario di quanto affermano autorevoli osservatori, rappresentanti nazionali di categoria, e magistrati che invece sono convinti che parlare delle minacce ai giornalisti è necessario alla salvaguardia della loro incolumità. Naturalmente non manca di sferrare il suo attacco a “fantomatici” professionisti dell’antimafia che si arricchirebbero alle spalle dei cronisti minacciati: «In una regione, come la Calabria, dove le buste contenenti proiettili e lettere minatorie sono, ormai, all’ordine del giorno in tutte le categorie sociali e professionali – scrive Parisi – si rischia di far cadere l’attenzione sul grave ed effettivo rischio che molti giornalisti corrono, quotidianamente, nello svolgere il mestiere di cronisti. In una situazione simile, purtroppo, solidarietà, marce, manifestazioni e girotondi servono a poco. Costituiscono, sì, attestazioni di solidarietà e d’affetto ai destinatari delle minacce, ma finiscono per fare il gioco sia di chi vuole alimentare il clima di terrore e la cultura del sospetto, sia di chi costruisce le proprie fortune, economiche e professionali, grazie al professionismo dell’antimafia. Il caso Terry Jones, il reverendo d’oltreoceano che aveva annunciato il rogo del Corano, dovrebbe averci insegnato qualcosa. Ammesso che ce ne fosse bisogno. A volte, amplificare certe notizie serve solo a portare alla ribalta pazzi esaltati come il pastore americano o, come nel caso del “tormentone” minacce in Calabria, a far credere a chi le manda che basta una cartolina per fermare la libertà di stampa.» (“E ora di smascherare i soliti ignoti” (13/09/10)

Ma torniamo all’oggi. Alla nota apparsa ieri. Per sferrare l’attacco a Baldessarro, Parisi chiama in causa le decine di giornalisti precari che operano in Calabria, accusandolo direttamente in quanto ex componente del Cdr del suo giornale: «Compito dell’Ordine dei giornalisti e del sindacato – sottolinea il segretario del sindacato dei giornalisti della Calabria – è quello di rappresentare e dare voce alla categoria. Al sindacato, in particolare, competono la tutela e la difesa dei giornalisti e, dunque, del loro sacrosanto diritto al lavoro in condizioni dignitose che, guarda caso, proprio nel giornale in cui lavora Baldessarro non vengono contrattualmente rispettate. Anzi, a corrispondenti e collaboratori, spesso, vengono addirittura negate. Al sindacato dei giornalisti non spetta, né avremmo il potere di farlo, il compito di eliminare la «zona grigia». Il nostro compito è, semmai, quello di eliminare la «zona nera», quella del lavoro sommerso, non tutelato, non riconosciuto, ampiamente presente, purtroppo, nella nostra regione e marcatamente riscontrabile, lo ripeto, anche nel giornale del collega Baldessarro. Una realtà inaccettabile che lo stesso Baldessarro, in qualità di componente del Comitato di redazione del Quotidiano della Calabria (dal giugno 2009 al febbraio 2010), ovvero di sindacalista, avrebbe dovuto denunciare e combattere. A meno che Baldessarro non ritenga che professionalità, autorevolezza, indipendenza e dignità dei giornalisti siano gentili concessioni degli editori.»

Sia una reazione scomposta, sia il voler scatenare contro Baldessarro i cronisti precari del suo giornale, o sia una legittima difesa all’accusa di immobilismo di fronte al caso delle decine di giornalisti minacciati in Calabria, lo facciamo decidere a chi sta leggendo questa storia. Decidano anche, i lettori, se le analisi e le prese di posizione del segretario regionale dei giornalisti calabresi sul tema dei cronisti minacciati in Calabria siano corrette e limpide. A me corre l’obbligo di riportare la replica di Baldessarro, che il sito del sindacato calabrese ha pensato bene di censurare: «Dispiace la reazione di Carlo Parisi, segretario del sindacato al quale sono da sempre iscritto – ha affermato all’Ansa il giornalista – dispiace anche perché Parisi ben conosce la mia storia e la mia leale schiettezza. Non posso che prendere atto delle sue dichiarazioni. A cui aggiungo solo un’amara considerazione: da oggi come professionista di questa regione mi sento un po’ più solo».

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[AVAMPOSTO] Le dimissioni di Angela CORICA

scritto il 1 November 2010 da robertorossi

Si dimette la giovane giornalista minacciata con cinque colpi di pistola contro l’auto. ”A Calabria Ora non c’erano più le condizioni per lavorare senza condizionamenti e con serenità”.

Mi sbagliavo quando pensavo che le cose sarebbero rimaste come prima. Dopo le dimissioni del direttore Pollichieni ho creduto che stringendo i denti, avremmo potuto continuare a lavorare senza condizionamenti e con serenità. Certo sarebbe stato difficile dato che uscivamo da una esperienza entusiasmante, brillante. Avevamo lavorato bene e i risultati erano sotto gli occhi di tutti. Questa è rimasta solo una mia illusione perché, nei fatti, da luglio ad oggi le cose sono evidentemente cambiate dentro al giornale, sia per quanto riguarda l’organizzazione interna, sia sul piano dei contenuti. Con questa lettera annuncio le mie dimissioni (con 30 giorni di preavviso come da contratto), limitandomi quindi a svolgere il mio lavoro esclusivamente personale e fuori dalla redazione, (sempre come da contratto) perché la situazione è diventata insostenibile. Ricordo inoltre che io, da contratto, non dovrei partecipare ai turni in redazione, come invece faccio da oltre un anno. Io esco perché contesto la linea editoriale del giornale che non mi è chiara già dall’arrivo del nuovo direttore Sansonetti. Credo che in questo senso vi sia disorganizzazione fra le redazioni che,senza l’efficace coordinamento del passato, utilizzano le pagine come un grande contenitore in cui mettere i pezzi senza avere una linea definita, chiara. Motivo per cui c’è il pericolo di essere contraddittori anche fra le redazioni stesse che non sono orientate in alcun modo. Ci era stato detto che a breve, dopo l’estate, sarebbe stato risolto questo problema e che il direttore si sarebbe impegnato ad incontrarci tutti per discutere o ridefinire questo punto. Ciò non è accaduto. E io ne prendo atto. Ritengo che le critiche, del tutto fuori luogo, che in questi mesi ho sentito rispetto alla precedente direzione si sono rilevate esclusivamente strumentali, perché tutti quelli che vogliono fare questo lavoro sanno bene che bisogna fare sacrifici rispetto ai contratti, ma accettano di farli perché pensano di avere una prospettiva, così come ho fatto io, dovendomi adesso ricredere di fronte ai passi indietro che il giornale mi fa fare nel caos generale.Da mesi è stata intavolata una discussione fra il Cdr e la proprietà per consentire alle redazioni, rimaste orfane di giornalisti e redattori, di lavorare nella serenità. E quindi garantire un contratto basato sull’operato dei singoli giornalisti, che sono sempre quelli che hanno stretto i denti la scorsa estate, sopportando l’incomunicabilità dallo stesso Comitato di redazione e lungaggini inspiegabili. La comunicazione, infatti, fra il Cdr e le redazioni non è certamente stata quella attesa dai collaboratori che del resoconto delle riunioni sapevano ben poco e sempre in ritardo. Nelle poche assemblee, oltre ai principi generali – su cui tutti abbiamo convenuto – non si è riscontrato nessun risultato concreto. Al punto tale che l’altro ieri sono stata chiamata, non dai colleghi, ma dall’amministrazione, a partecipare ad una nuova discussione «per parlare della situazione contrattuale» direttamente con la proprietà. Smentendo quindi ogni principio a cui fino ad oggi avevamo fatto ricorso. Mi è stato fatto chiaramente capire che il Cdr, che oggi soffre dell’assenza di altri due suoi componenti dimissionari che si sono però dimenticati di comunicarlo ai colleghi che ancora aspettano risposte, non ha avuto e quindi non ha alcun ruolo vero e credibile. Nonostante ciò, un collega del Cdr durante una delle prime riunioni, ha richiamato i colleghi (me compresa) per avere accettato qualche spicciolo in più (150 euro sic!) dalla proprietà, firmando quindi un nuovo contratto a settembre, prima che le trattative con il Cdr fossero chiuse. Il collega forse non sapeva che la mia presenza in redazione è stata del tutto arbitraria dato che, con un contratto di collaboratore con la Cec, ho assicurato turni e presenze in redazione quotidiane e firmato le pagine. Cosa che non potevo fare, cosa della quale mi sono pentita, vista la grave crisi di immagine e di contenuti del giornale. Oggi però, ad una settimana dal silenzio del Cdr che ancora deve comunicare la data dell’assemblea dei giornalisti e cosa ne è stato del Piano che si è cercato di stilare, la proprietà chiama e i giornalisti dovrebbero rispondere ad un invito allettante. Non posso accettare di firmare un nuovo contratto perché il problema delle redazioni non si risolve con soldi in più ai giornalisti e ai collaboratori. Non ho accettato lo pseudo aumento di settembre perché non ne ho fatto una questione esclusivamente economica ma perché chiedevo che fosse quantomeno riconosciuto il lavoro di chi non si è potuto prendere neppure un giorno di corta. Sempre in attesa che questo stato di assestamento passasse. Oggi tante certezze che avevo crollano, io non mi sento più sicura all’interno di un giornale che non mi tutela. Non avrei la forza, né la voglia, né il coraggio di espormi come prima. Di fare inchieste anche rischiose. Perché oggi (vedi il caso Musolino) nessuno nel giornale sarebbe dalla mia parte.E’ inutile continuare a lavorare per un giornale da un territorio così difficile quando i colleghi del Cdr, la proprietà e il direttore, non lo riconoscono questo lavoro fatto di rinunce, di sacrificio, di pericolo e di passione. Mi dimetto perché quelle garanzie oggi non le ho più, anzi penso di essere stata ampiamente presa in giro (da luglio ad oggi). E oltre il danno la beffa: il declassamento della redazione di Gioia Tauro a ufficio di corrispondenza. Scelta che, se solo fosse stata dettata da una logica non economica di tagli, avrebbe potuto anche essere condivisa. Ma nessuno ci ha voluto spiegare perché questa decisione quando il giornale nella Piana di Gioia Tauro ha continuato ad essere, pur tra mille difficoltà, punto di riferimento. Però anche questa condizione sarebbe durata poco, perché al lettore non possono bastare le nostre tre, quattro, cinque o sei (dipende dalla giornata) paginette. Serviva essere chiari subito. Evidentemente il giornale ha cambiato anche la sua linea rispetto alla cronaca e alla politica. E questo i lettori non lo possono sopportare. Ci eravamo ritagliati uno spazio perché eravamo diversi, eravamo leali e obiettivi. La mia scelta è arrivata tardi, purtroppo. Avrei dovuto avere la forza di farlo prima. Ho firmato insieme ad altri colleghi il documento di solidarietà a Musolino, querelato dal direttore e poi licenziato, perché il collega non poteva essere lasciato solo in quel momento. Penso a lui e penso a quello che è accaduto a me due anni fa. Cosa avrebbe fatto il giornale per me oggi, se qualcuno mi avesse sparato contro la macchina un’altra volta? Perché è stata pubblicata solo la risposta del direttore rammaricato e non la lettera di noi giornalisti per il sostegno a Musolino? Questa non è informazione. Ed io non posso continuare. Lascio con amarezza e tanta difficoltà un giornale che mi ha dato spazio e che in quasi tre anni mi ha fatto crescere professionalmente e come persona. E proprio perché non voglio perdere quegli insegnamenti,che devono rimanere intatti e lucidi nella mia testa, che oggi scelgo di lasciare, di non confondermi più. Non ci sono le condizioni di andare avanti, perché le cose denunciate da Pollichieni nel suo editoriale si sono puntualmente verificate. La mia scelta è maturata in questi mesi e vista la mia giovane età e la mia inesperienza ho voluto sperare ma inutilmente. Finchè ho creduto che si trattasse di una condizione di passaggio sono rimasta al mio posto.

Distinti saluti
Cinquefrondi (Rc), 31 ottobre 2010

Angela Corica

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[AVAMPOSTO PINO MANIACI] NUOVE MINACCE DI MORTE AL DIRETTORE DI TELEJATO

scritto il 19 October 2010 da robertorossi

Altre minacce di morte a Pino Maniaci, direttore di TeleJato a Partinico. Minacce gravissime, ancora una volta. Dirette non solo al giornalista ma anche ai suoi familiari. Minacce di chiara matrice mafiosa. Proprio nel momento più delicato, e non è un caso, di riorganizzazione delle cosche mafiose su questo territorio dopo anni di guerra per il controllo del territorio fra la famiglia dei Fardazza/Vitale (guida tradizionale di questo mandamento) e gruppi emergenti collegabili con il tentativo di scalata dei Lo Piccolo.

Questa ennesima intimidazione non bloccherà il lavoro che quotidianamente, da più di dieci anni, questa nostra piccola emittente televisiva sta facendo. Continueremo a raccontare cosa è Cosa nostra, come agisce, quali sono gli intrecci e le alleanze, quali sono gli appoggi di cui gode.

Noi, assieme a Pino Maniaci, non abbiamo nessuna intenzione di mollare o di “andare via” come ci chiedono gli estensori di questo nuovo messaggio.

Redazione di Telejato

Questo il lancio dell’agenzia Ansa sulle minacce

Una lettera con minacce di morte, spedita da Palermo e indirizzata al direttore di TeleJato Pino Maniaci, è stata recapitata alla redazione dell’emittente di Partinico (Palermo). Il giornalista, in passato, è stato già vittima di intimidazioni. Nella missiva, scritta a macchina, si intima al giornalista di «stare zitto e lasciare il paese». «Non puoi attaccare tutti – si legge – altrimenti ci pensiamo noi a te e alla tua famiglia». «La sentenza è stata emessa», scrive, inoltre, in dialetto siciliano l’anonimo. Maniaci ha portato la lettera al commissariato e ha presentato denuncia. «Non ci lasceremo intimidire», ha commentato. Le minacce seguono un’inchiesta giornalistica fatta dall’emittente sui beni confiscati alla mafia in cui si denunciava la condotta di un amministratore giudiziario che avrebbe gestito una cava sottratta ad una famiglia mafiosa attraverso una società costituita insieme ai parenti dell’ex proprietario colpito dalla misura di prevenzione. (ANSA).

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[AVAMPOSTO MUSOLINO] Sansonetti, CalabriaOra e il lato sinistro di “Porta a Porta” (Paride LEPORACE)

scritto il 19 October 2010 da robertorossi

Sansonetti gioca a far il bastian contrario. Poi il colpo di teatro. L’invito a Masi a ritirare il provvedimento contro Michele Santoro. E vorrei essere Bruno Vespa e poter dire: “Sansonetti ritira il licenziamento a Lucio Musolino e parlate di quello che sta accadendo nel giornale”.

di Paride LEPORACE*

Porta a Porta è la Terza camera della Seconda Repubblica. Un obbligo professionale quindi per un direttore di giornale seguire il dibattito sul caso Santoro-Masi e la libertà d’informazione. Tra l’altro sulla poltrona ambita della società dello spettacolo siede Piero Sansonetti , mio secondo successore alla guida di “Calabria Ora” giornale che mi onoro di aver fondato.
La giornata tra l’altro è stata caratterizzata sulla rete per il licenziamento dal giornale calabrese di Lucio Musolino coraggioso cronista antimafia.
Il direttore Masi è in esterno. Sul lato politico destro il gran cerimoniera Vespa ha disposto i direttori berlusconiani Mulè e Belpietro e il senatore Gasparri che svolgono al meglio il loro compito. Masi ineccepibile nel suo ruolo.
Sul lato sinistro scopriamo perché la sinistra è incapace di essere maggioranza nel nostro Paese. Il rappresentante politico, guarda caso abituè del salotto, si chiama Matteo Colannino. ‘E’ uscito dal cilindro veltroniano. E’ costretto a raccontar questioni di famiglia tra Alitalia e La 7 e il senatore Gasparri può maramaldeggiare sul figlio di papà geneticamente impossibilitato a dire qualcosa di sinistra e forse anche di buon senso. A suo fianco siede Franco Siddi boss del sindacato Fnsi. Difende male Santoro. Incespica sulle antiche rimozioni di Vespa, mantiene bordone in qualche modo sulle abominevoli perquisizioni preventive della procura nei confronti de “Il giornale”. Mi aspetto una difesa ampia dei cronisti di frontiera. Mi aspetto una chiamata a Sansonetti per il caso Musolino. Poche ore prima l’Fnsi calabrese ha stilato un documento molto netto nei confronti di un cronista minacciato dalla ‘ndrangheta e licenziato per la sua attività di denuncia nei confronti del Palazzo calabrese. Mi sbaglio di brutto. Siddi confonde le due vicende che interessano il giornalista Amadori per informazioni ricevute da un finanziere e le minacce ricevute dal portavoce di Emma Marcegaglia, figurarsi se è aggiornato sul caso Musolino. Faccio tesoro di quello che ha scritto su Facebook il mio caporedattore Lucia Serino: “Ieri sera, nel salotto di Porta a Porta , Siddi era accanto a Sansonetti che pur avendo subito il licenziamento di Musolino, non ha speso una parola in per difendere un collega esposto ai proiettili della’ndrangherta. E questo è il sindacato che si preoccupa del mio contratto di solidarietà? Che vuole che le regole siano rispettate? Ma da quanto tempo, caro Siddi, non stai in una redazione?
Sansonetti gioca a far il bastian contrario. Scambio di salamelecchi con il direttore Masi. Poi il colpo di teatro. L’invito a Masi a ritirare il provvedimento contro Michele Santoro e conseguente consiglio a parlarsi per chiarire il contenzioso. Le parole sono importanti. E vorrei essere Bruno Vespa e poter dire: “Sansonetti ritira il licenziamento a Lucio Musolino e parlate di quello che sta accadendo nel giornale”. Ma questi sono castelli in aria. Perché Vespa presentando Sansonetti lo qualifica semplicemente come opinionista del Riformista. Lui tace. Non batte ciglio. Il direttore di “Calabria Ora” non ha orgoglio di testata, nasconde immondizia sotto i tappetini, non ha interesse a pubblicizzare un ruolo ben pagato. E’ solo una foglia di fico apposta su una storia controversa ma illustre che doveva parare una scissione clamorosa avvenuta su delle notizie molto scomode.
Ripenso al mio passato. I brividi nella schiena alla presentazione della testata con la telefonata d’incoraggiamento di Ciccio La Licata quando aveva saputo che c’era chi voleva riattualizzare la lezione giornalistica de L’Ora di Palermo. Ripenso alla polizia che entra in tutte le redazioni del giornale per la pubblicazione della relazione del Viminale sull’Asl di Locri e alle decine di sms di congratualazioni che arrivano sul mio cellulare quando lo speaker del Tg1 delle 13,30 ha proferito la frase: “Da Calabria Ora apprendiamo che il Quirinale è intervenuto sul caso Fortugno..”. Mi chiedo se Sansonetti conosce questo patrimonio non mio ma di una comunità di giornalisti che ha scritto pagine nuove in Calabria. Il patrimonio che ha forgiato Lucio Musolino e tanti altri cronisti. Domande senza risposta. Girano le porte. Sara Scazzi prende il posto di Santoro. Gli stessi giornalisti di prima, senza politici, rimescolano il minestrone. Sansonetti fa il garantista e pontifica sulla tv del dolore. Forse ha ragione Guido Ruotolo de “La Stampa” che mi ha appena lasciato un post su facebook in cui sta scritto: “Piero va bene a “Porta a porta”. Il mestiere di direttore è una cosa seria”.

*Direttore del Quotidiano della Basilicata, Fondatore e primo direttore di CalabriaOra

http://www.zoomsud.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1913%3Asansonetti-calabriaora-e-il-lato-sinistro-di-qporta-a-portaq&catid=74%3Acommenti&Itemid=75

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[AVAMPOSTO INFAME] Io, Lucio Musolino, licenziato da Calabria Ora

scritto il 18 October 2010 da robertorossi

Apprendiamo che Lucio Musolino è stato licenziato da Calabria Ora. Proprio pochi minuti fa abbiamo postato un pezzo, scritto qualche giorno fa per U’ Cuntu di Riccardo Orioles, che racconta la sua vicenda dal giorno dell’intimidazione al 14 ottobre, giorno in cui si è parlato di un suo trasferimento. Quello che segue è il capitolo finale, il peggiore: licenziato per aver dato una notizia. Scritto da Lucio Musolino, postato poche ore fa da Sandro Ruotolo:

IO, LUCIO MUSOLINO, LICENZIATO DA CALABRIA ORA.

Dal 2006 sono redattore di “Calabria Ora” e, dallo scorso gennaio, collaboro con il “Fatto quotidiano”. Da anni ormai mi occupo di nera e giudiziaria e ho scritto di inchieste delicate sulla ‘ndrangheta e, soprattutto sui  rapporti tra le cosche e la politica. Per anni, con i miei colleghi, abbiamo sempre riportato i fatti. E sono quelli a fare paura in questa città e in questa regione dove non tutto è nero o bianco. Dove abbiamo una folta zona grigia che è oggetto di delicatissime inchieste delle Direzioni distrettuali antimafia di Reggio e di Milano.

Negli ultimi mesi, non ho fatto altro che pubblicare gli atti contenuti nei fascicoli delle inchieste “Meta”, “Crimine” ed “Epilogo”.

L’intimidazione

La notte del primo agosto, rientro a casa alle 4 e, sul tavolo della veranda, trovo una bottiglia di benzina con un biglietto di minacce con cui qualcuno mi invita a “smetterla con la ‘ndrangheta” e a seguire il mio ex direttore Paolo Pollichieni che si era dimesso assieme ad altri 8 colleghi. La benzina sarebbe stata per me e non per la mia auto.

Sono entrati, quindi, nel mio cortile di notte, mentre la mia famiglia era in casa, e hanno lanciato un messaggio mafioso a una settimana da una precedente lettera anonima recapitata in redazione con cui si invitava “chi ha tenuto la mano a Pollichieni in questi anni” ad andarsene.

Io non so chi, materialmente, è responsabile dell’intimidazione. So invece cosa ho scritto nelle settimane precedenti al gesto. Ho pubblicato il contenuto di un’informativa del Ros dalla quale è emerso che Scopelliti, con la scorta pagata dai contribuenti, ha partecipato assieme a molti consiglieri comunali a una pranzo invitato dall’imprenditore arrestato Domenico Barbieri.  Lo stesso pranzo a cui ha partecipato il boss Cosimo Alvaro, oggi latitante. Incontro al quale lo stesso Scopelliti ha confermato di aver preso parte ai microfoni del “Fatto Quotidiano”.

Proprio con Alvaro aveva rapporti un consigliere comunale del Pdl, Michele Marcianò,  I due sono stati intercettati mentre discutevano di tessere di Forza Italia e di posti di lavoro.

E sempre di posti lavoro discutevano il consigliere comunale del Pdl Manlio Flesca con l’imprenditore Barbieri. Al centro dell’intercettazione un pacchetto di 200 voti in cambio di un dell’assunzione in una società mista della moglie dell’indagato per associazione mafiosa. Cosa che è realmente avvenuta stando a quanto accertato dal Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri.

Ho scritto anche dell’ex consigliere regionale Alberto Sarra che aveva rapporti con la famiglia Lampada (imprenditori legati ai Condello) a Milano, come è emerso da un’inchiesta della Procura lombarda dove è finita anche un’informativa in cui si descrivono incontri tra il governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti e Paolo Martino, condannato per mafia e ritenuto il punto di riferimento della cosca De Stefano nel nord Italia.

Proprio in questi giorni, infine, dall’inchiesta “Epilogo”, coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Lombardo, è emerso che il consigliere comunale di maggioranza Tonino Serranò è stato filmato da una telecamera dei carabinieri mentre maneggia una pistola con un indagato ritenuto vicino alla cosca Serraino. La stessa cosca sospettata di aver organizzato l’attentato del 3 gennaio alla Procura generale.

Un attacco allo Stato senza precedenti che ha dato il via a una strategia della tensioni in cui la ‘ndrangheta è  solo uno degli attori della “tragedia”. Non è solo ‘ndrangheta. L’ex sostituto della Dna Enzo Macrì parla di “poteri occulti”. Io dico che la Procura di Reggio Calabria, guidata da Pignatone, sta andando in quella direzione e presto mi auguro che farà luce sulla “zona grigia” di questa città e di questa Regione.

Questi sono i fatti. Non si tratta di attacchi politici ma di documenti, di stralci di informative scritte dagli inquirenti.

Non spetta a noi stabilire se il comportamento di alcuni politici e del governatore della Calabria Scopelliti sia condannabile dal punto di vista penale. Lo stabilirà l’autorità giudiziaria.

È sicuramente censurabile dal punto di vista morale e politico.

Il cambio di direttore

Dopo le dimissioni di Pollichieni, io sono rimasto a lavorare a “Calabria Ora”. Ho continuato a scrivere allo stesso modo. Ma il giornale è cambiato radicalmente da subito nonostante le garanzie degli editori i quali mi avevano garantito che la linea editoriale non sarebbe mutata con l’arrivo del nuovo direttore Piero Sansonetti.

Non è stato così. Dopo l’intimidazione sono andato in ferie. Al mio rientro ho ripreso a scrivere riprendendo gli stessi argomenti di cui mi sono sempre occupato: la ‘ndrangheta e i rapporti tra quest’ultima e la politica.

Sono iniziate le censure di pezzi in cui compariva il nome del governatore della Calabria. Pezzi che la redazione centrale mi aveva chiesto e che non ha pubblicato senza motivazione. E quando la giustificazione c’era era sempre la stessa: “E’ un attacco violento a Scopelliti. Il direttore mi ha detto che il pezzo non passa. Lo stabilisce lui quando attaccare il governatore” mi veniva risposto dai colleghi.

A volte, inoltre, i pezzi venivano modificati senza preavviso e, soprattutto, senza che nessuno abbia avuto l’accortezza di ritirare la mia firma. Le richieste di spiegazioni formulate al direttore sono rimaste inevase. Solo al primo incontro con lui sono riuscito a chiedere il motivo delle censure che Sansonetti ha giustificato in nome di un garantismo più simile al “bavaglio” che a un modo di pensare.

A fine agosto, gli editori e il direttore avevano contattato più di un collega di un altro quotidiano confessando espressamente a quest’ultimo l’intenzione di sostituirmi perché “legato al vecchio direttore”. Il tentativo fallì per il rifiuto del collega, così come fallì il tentativo mio di essere sentito dal Comitato di redazione. Dall’8 settembre ancora aspetto che il Cdr mi convochi. Nel frattempo sono stato licenziato.

Il trasferimento e il licenziamento

Ma andiamo con ordine: gli editori e Sansonetti non abbandonarono l’obiettivo di allontanarmi da Reggio. Sempre a settembre ricevetti una telefonata dal direttore che mi ha comunicato la sua proposta di andare a lavorare a Lamezia Terme. Una proposta che puntava “anche” a rafforzare la redazione di “Reggio” dove non ci sarebbe stato più nessuno che avrebbe ficcato il naso nei fascicoli delle inchieste della Dda. Naturalmente rifiutai sostenendo “che era la stessa proposta della ‘ndrangheta”. La risposta provocò la reazione di Sansonetti che mi chiuse il telefono in faccia senza darmi la possibilità di spiegare il motivo. Nessun contatto per una settimana a parte un’ammonizione formale in cui il direttore mi ha accusato di non essermi recato a lavoro un “famoso” martedì pomeriggio, poche ore dopo una retata dei carabinieri che avevano arrestato un imprenditore, accusato del rinvenimento di armi avvenuto il giorno della visita del presidente Napolitano. Dopo aver chiesto l’autorizzazione a uno dei coordinatori della redazione centrale, ero rimasto a casa per studiarmi l’ordinanza di custodia cautelare e scrivere una pagina e mezzo sull’inchiesta. Risposi, a tono, alla contestazione e dopo mezz’ora, Sansonetti replicò con la comunicazione che da lì a qualche giorno avrebbe disposto il mio trasferimento nonostante il parere negativo (e vincolante) mio e del Cdr.

Pochi giorni ancora e sono riuscito a incontrare Sansonetti a Reggio. Un incontro breve durante il quale  ho avuto modo di spiegare il mio rifiuto al trasferimento che consideravo punitivo e che, dopo il colloquio, ritornava ad essere solo un’ipotesi che, se si fosse concretizzata, avrei ostacolato con il sindacato e con gli avvocati impugnando il trasferimento davanti ai giudici del lavoro.

Dopo qualche giorno, ho pubblicato lo scoop di un nuovo pentito nella ‘ndrangheta reggina.

La notizia, in esclusiva, ha spinto uno degli editori a telefonarmi per i complimenti e a farmi capire che sarei rimasto a lavorare a Reggio. Lo stesso, tramite un collega, mi è stato riferito da Sansonetti e dalla “squadra centrale”.  Ma quando non si è parlato più di trasferimento, dalle colonne di Calabria Ora il governatore Scopelliti mi ha tacciato come “giustizialista” sostenendo  «ci sono molte persone che conoscono mafiosi e non per questo sono mafiosi». Secondo lui «anche qualche giornalista di Calabria Ora…».

Effettivamente, molti mafiosi li conosco. Perché scrivo di loro e perché vengono fuori casa a minacciarmi. Non perché sono alla ricerca di voti o per fare affari.

Lo stesso giorno della pubblicazione di quell’intervista sono stato invitato ad “Anno zero”, nel corso di un collegamento in diretta da Reggio. Ho parlato del mio lavoro, delle inchieste che ho seguito e dei rapporti tra la ‘ndrangheta e la politica. Tutti argomenti già trattati, assieme a pochi altri colleghi, in articoli vecchi di mesi scorsi. Questa volta, però, il presidente della Regione ed ex sindaco di Reggio Scopelliti reagisce comunicando all’Ansa di aver dato mandato ai suoi avvocati di querelarmi. Nel frattempo, all’indomani dall’annuncio maldestro del governatore di adire alle vie legali, un editoriale del mio nuovo direttore Piero Sansonetti mi ha affibbiato l’appellativo di “forcaiolo”.

Una campagna “pro-garantismo” con cui il mio giornale si è schierato dalla parte di Scopelliti isolando me senza, naturalmente, alcuna telefonata.

A ventiquatt’ore dalla puntata di “Anno zero” viene diffusa la nuova piattaforma della redazione con cui Sansonetti  è ritornato ha disposto il mio trasferimento. Questa volta, però, alla redazione di Catanzaro.  La notizia trapela a causa della solidarietà del segretario cittadino del Pdci Ivan Tripodi. Io la confermo all’Ansa e Sansonetti mi querela.

Decido di andare in ferie e arriva il licenziamento immediato. Non prima che qualcuno, senza alcuna autorizzazione, dal server centrale di “Calabria Ora”, si introducesse ,sabato mattina, nella mia casella e-mail personale, cambiando la password ed impedendomi tutt’ora l’accesso. Il tecnico responsabile del sito mi ha candidamente riferito che l’editore avrebbe disposto di cancellare il contenuto della mia posta e di impedirmene l’accesso. Inutile sottolineare che si tratta di un fatto gravissimo e penalmente rilevante ed è per questo che su tale ultimo episodio indagano i carabinieri di Reggio ai quali, ancor prima di apprendere del mio maldestro “licenziamento” (via fax), ho presentato regolare querela e dai quali sono stato già lungamente sentito come parte offesa.

Lucio Musolino

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[AVAMPOSTO 'U CUNTU] Come isolare un cronista antimafia… garantisticamente

scritto il 18 October 2010 da robertorossi

Isolare un cronista. Dargli addosso per quello che ha il coraggio di documentare, scrivere e denunciare. Non si muore di ‘ndrangheta. Lo abbiamo detto e scritto un milione di volte. Si muore di solitudine. Terra bruciata intorno: ecco il modo migliore per spegnere una voce civile.

C’è una storia a proposito che merita di essere raccontata, perché sintomatica, persino paradigmatica. Non ce ne vorranno, quindi, se, solo per amore della ricerca sui media studies, dedichiamo questo piccolo trattato sulla teoria e la tecnica dell’isolamento del cronista antimafia alla storia di Lucio Musolino, cronista di giudiziaria di Reggio Calabria in forza a “Calabria Ora”.

Necessità di sintesi, scienza e garanzia impongono una trattazione asettica, la più asettica delle forme narrative, a discapito del godimento di chi legge: sarà una cronologia.

1 agosto 2010

“Te ne devi andare da Reggio Calabria, smettila di scrivere di ‘ndrangheta. Segui Paolo Pollichieni e vattene. Questa non è per la tua macchina ma per te”. Il messaggio era scritto su un foglio di carta avvolto alla tanica di benzina abbandonata nella veranda di casa sua a Reggio Calabria. Musolino lo trova alle due di notte, appena rincasato.

Pochi giorni prima in redazione era arrivata una lettera anonima. Il testo: “Perché non ve ne siete andati anche voi con Pollichieni, non pensate di fare un giornale come prima, il soldi li mettono gli editori, andate a Cuba e nemmeno lì ve lo fanno fare un giornale così”.

Il riferimento è alle dimissioni che l’ex direttore di “Calabria Ora” e altri otto cronisti hanno dato il 20 luglio 2010 denunciando ingerenze della proprietà sulla linea del giornale che da alcuni mesi è impegnato nel documentare presunti rapporti tra il governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti e alcuni imprenditori legati al clan De Stefano e alla famiglia Alvaro, operanti rispettivamente a Reggio Calabria e nella fascia orientale dell’Aspromonte.

Il nuovo direttore del giornale è Piero Sansonetti, giornalista di sinistra, noto al pubblico nazionale per le sue apparizioni a varie trasmissioni televisive in qualità di commentatore politico. La scelta degli editori cade su di lui, dicono, per garantire un racconto delle notizie calabresi non contaminata da una visione calabrese dei fatti.

E’ plausibile che Sansonetti sia stato scelto nella prospettiva di un nuovo progetto editoriale di respiro interregionale che da tempo bolle nella pentola degli editori, Citrigno e Aquino, i quali hanno già acquistato da mesi i diritti sulla testata di “Paese Sera”.

Le minacce a Musolino sono considerate attendibili. Dal primo agosto vive sotto la tutela delle forze dell’ordine.

7 ottobre 2010

“Calabria Ora” pubblica su due pagine una lunga intervista del direttore Sansonetti al presidente della Regione Scopelliti. Si parla di politica, di sviluppo, di Sud, di ‘ndrangheta, di giornalismo. Dichiara a un certo punto Scopelliti: “Io sono garantista e aspetto le eventuali indagini. Ma lei pensa che non ci siano molte persone che conoscono i mafiosi e non per questo sono mafiosi? Secondo me anche alcuni giornalisti del suo giornale… Io garantista lo sono diventato, prima di demolire una persona bisogna andarci piano. Ci sono giornalisti del suo giornale che il garantismo lo conoscono poco. Per esempio Lucio Musolino…”. Sansonetti ribatte (“Musolino è un ottimo giornalista che fa con scrupolo e serietà il suo lavoro”) e pubblica.

Lo stesso giorno una nota firmata da alcuni giornalisti, tra cui Enrico Fierro e Guido Ruotolo, esprime solidarietà al collega minacciato: “Le parole del Governatore costituiscono una minaccia oltre che verso il collega anche per l’autonomia dei giornalisti, nell’ambito di un attacco reso pubblico, peraltro, attraverso un’intervista ospitata sulle colonne del giornale per cui lavora Musolino. L’aver messo all’indice il lavoro coraggioso di Musolino significa il tentativo di fare terreno bruciato intorno a lui: e questo è un disegno inaccettabile.”

7 ottobre 2010 bis

“Annozero” si collega da Reggio Calabria con alcuni dei 26 giornalisti minacciati in Calabria negli ultimi tre anni. Tra di loro c’è Lucio Musolino, al quale viene chiesto in che contesto è maturata l’intimidazione che ha subìto. La sua risposta: “Non so chi mi ha messo la tanica. So che cosa avevo scritto: dell’inchiesta Meta che aveva descritto i rapporti dell’attuale governatore della Calabria Giuseppe Scoppelliti con alcuni esponenti della ‘ndrangheta arrestati. E di un pranzo dove il governatore Scopelliti si è visto col boss Cosimo Alvaro. Era stato invitato da un imprenditore arrestato in quest’inchiesta”. Il giornalista, a sostegno di quanto dice, cita un preciso documento giudiziario, pubblico: un informativa del Ros confluita in Meta.

8 ottobre 2010

Maurizio Gasparri e altri esponenti del Pdl solidarizzano con Giuseppe Scopelliti. Il governatore querela il giovane giornalista. Musolino si dice sorpreso: Perché non mi ha querelato quando ho scritto su “Calabria Ora” quella notizia? Si chiede. Perché non ha querelato altri colleghi che se ne sono occupati?

9 ottobre 2010

Titolo di apertura, prima pagina di “Calabria Ora”: “Antimafia sì, forcaioli no”. E una foto: una bocca frenata da del filo spinato. Scrive il direttore Sansonetti: “Si può fare antimafia senza essere forcaioli… Scopelliti – dicono – ha dato del giustizialista a un cronista di “Calabria Ora”. Poi però l’altra sera ad Annozero ho sentito un certo numero di giornalisti – tra cui anche uno del mio giornale – avanzare verso Scopelliti accuse molto più gravi dell’essere giustizialista o garantista. E’ stato dipinto come un mafioso e nessuno lo ha difeso. Non c’era un filo di contraddittorio, non sono stati documenti, o fatti o prove… Sono convinto che si può combattere la mafia solo se si resta garantisti. Usare i metodi della repressione, dell’autoritarismo, del forcaiolismo, vuol dire esattamente fare il gioco della mafia.”

14 ottobre 2010

L’Ansa batte la notizia: “Pdci: Trasferito Lucio Musolino, è fatto grave”. E’ una nota di Ivan Tripodi, segretario reggino dei Comunisti italiani, il primo di fatto a dare la notizia dell’allontanamento di Musolino da Reggio Calabria.

Qualche ora dopo, il segretario del sindacato calabrese dei giornalisti, Carlo Parisi – che pure aveva difeso Lucio Musolino nella bagarre sul giustizialismo – diffonde una nota: “Non esiste alcun provvedimento di trasferimento del giornalista Lucio Musolino firmato dal direttore di “Calabria Ora”, Piero Sansonetti. Né risponde al vero che lo stesso provvedimento sarebbe stato assunto all’indomani della partecipazione di Musolino alla trasmissione televisiva Annozero.”

Risponde Musolino, sempre a mezzo Ansa: “Il mio trasferimento è diventato operativo con una nota a firma del direttore Piero Sansonetti a me inviata (conservo ovviamente la registrazione della mail) dal collega Alessandro Bozzo, componente del Cdr. Tale mail non è vecchia né di mesi e né di settimane, ma risale alle ore 21,30 dell’8 ottobre scorso. Mi pare che orario e date si commentino da sole. Vero è che tale provvedimento era stato già una prima volta annunciato, oralmente, al Cdr dal direttore Sansonetti e vero è che il Cdr lo aveva respinto. Successivamente ho incontrato il direttore, al quale dissi che non intendevo accettare alcun trasferimento e che lo ritenevo punitivo. Mi disse che ci avrebbe riflettuto e poi avrebbe deciso. Quella notificatami l’otto ottobre è, con ogni evidenza, la sua ultima decisione.”

Tocca a Sansonetti: “E’ circolata questo pomeriggio una notizia totalmente falsa, e fortemente lesiva della mia immagine, secondo la quale io, in qualità di direttore del quotidiano “Calabria Ora”, avrei disposto il trasferimento del giornalista Lucio Musolino, dopo la sua partecipazione ad Annozero. La notizia è stata fornita da una dichiarazione del  segretario calabrese del Pdci Ivan Tripodi e confermata dallo stesso Musolino, nonostante la smentita informata e molto precisa del segretario regionale della Fnsi Carlo Parisi. Nella dichiarazione di Tripodi si capisce anche che la mia decisione sarebbe un cedimento a pressioni mafiose. Ho incaricato il mio avvocato di sporgere immediata querela contro il signor Tripodi, contro Lucio Musolino e contro chiunque altro abbia accreditato questa notizia.”

La cronologia si ferma qua. Seguiremo la vicenda con la curiosità che deve caratterizzare un buon ricercatore di Teoria e tecnica dell’isolamento del giornalista antimafia, e con una naturale disposizione al racconto asettico e garantista. A proposito di garantismo e forcaiolismo, ultima nota cronologica:

13 ottobre 2010

“Il Quotidiano della Calabria” apre la prima pagina col titolo: “Il pentito fa i nomi dei politici”. Il pezzo parla delle dichiarazioni del pentito Paolo Iannò, ex killer del clan Condello, sui rapporti fra ‘ndrangheta e politica. “Si diceva – ha dichiarato Iannò a fine settembre – che Giuseppe Scopelliti era appoggiato dalla ‘ndrangheta: lo dicevano già quando ero latitante”.

Lucio Musolino scrive sulla sua bacheca di Facebook: “Il pentito Paolo Iannò fa il nome del Governatore Giuseppe Scopelliti. E sono tre i collaboratori di giustizia (due dei De Stefano e uno dei Condello per la par condicio, sic) a parlare di politica. Il quarto? Già c’è e chissà che non si avventuri pure lui a parlare dei rapporti tra ‘ndrangheta e politica”.

Già su Facebook, perché il 13 ottobre la sua firma su “Calabria Ora” non c’è e non c’è nemmeno la notizia con la quale il giornale concorrente ha aperto la prima pagina. Un buco, si dirà. No, “garantismo”, appunto: quella notizia su “Calabria Ora”, infatti, non c’è neppure il giorno dopo.

Roberto Rossi per ‘U CUNTU

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[AVAMPOSTO 'U CUNTU] “Qui Reggio. Quando vi accorgerete che noi qui resistiamo?” (Roberta MANI)

scritto il 4 October 2010 da robertorossi

In Calabria – ma chi pensa più alla Calabria? – sta cambiando qualcosa. La ‘ndrangheta è sempre più potente e la politica ormai ne è quasi tutta conglobata. Ma nella società, per la prima volta dopo “Ammazzateci tutti”, è sorta finalmente un’opposizione. Frastagliata, confusa, con molti elementi ambigui ai suoi confini, ma sostanzialmente decisa ad affrontare il problema. Ne fanno parte molti giovani. Non torneranno indietro

Roberta MANI per ‘U CUNTU

Sabato 25 settembre 2010. Ci volevo essere. Ci dovevo essere. E mi ha fatto bene. Ho visto l’altra Reggio Calabria, quella che è pronta a ribellarsi, quella che sa cosa vuol dire, che ogni giorno respira la cappa, l’arroganza mafiosa. Ho visto l’altra Calabria. Quella che ha sfidato la ‘ndrangheta, che ha guardato in faccia chi, con la coscienza sporca, ha voluto esserci. Comunque. Mescolato tra i volti puliti di migliaia di giovanissimi, tra le madri che hanno portato i figli, tra le insegnanti che, nonostante le scuole siano rimaste aperte, hanno voluto gli studenti in corteo. Come Melania, professoressa di Polistena. La incontro vicino ai suoi ragazzi. Me li indica con orgoglio. Sorride. “Noi ci siamo” – mi dice.
Alle 10.00 il punto di ritrovo è già stracolmo. Piazzale della libertà. Un nome perfetto per cominciare. Alla fine saremo venticinquemila. “No ‘ndrangheta”. Lo slogan è ovunque. Pende dai balconi, è stampato sulle magliette, sui bandana, scritto a pennarello sulle braccia abbronzate delle adolescenti. Come il nome del fidanzato o dell’amica del cuore. Se pensi a dove sei, in casa delle ‘ndrine più potenti , in casa della mafia più infida e ramificata, quella che decide la vita o la morte, gli affari, il traffico internazionale droga, quel “no” è un bel colpo d’occhio. Come lo sono le gerbere. Gialle. Macchie di colore nella giornata rovinata dal temporale. Macchie di colore, nella zona grigia che soffoca questa città, questa regione, questo Paese. Fiori simbolo della lotta alla mafia, quella mafia che qui sfida amministratori, imprenditori, giornalisti e magistrati a suon di minacce. Che piazza tritolo, in pieno centro, sotto il portone del Procuratore Generale Salvatore Di Landro, perché si avvicinano i processi d’appello, perché la si smetta di confiscare beni e milioni sporchi. Che svita i bulloni dell’auto blindata parcheggiata nel garage del tribunale.
Il corteo cresce. Corso Garibaldi si riempie. Per me che vengo da fuori, quel serpentone è un grande successo. Dopo gli scetticismi, le discussioni e i dibattiti sull’utilità della manifestazioni, dopo i rimbalzi di accuse di volersi fare pubblicità. “Sì, certo c’è moltissima gente – mi dice un collega – ma vedi quello? Ecco quello è un politico locale eletto con i voti della mafia”. Lo guardo. Sarà la suggestione, ma sembra in imbarazzo. Davanti a lui passa uno striscione. “La ‘ndrangheta è viva e sfila insieme a noi..purtroppo”. I ragazzi che lo portano sono i più rumorosi. Gridano, si fermano di botto e poi scattano in una corsa improvvisa, attirano l’attenzione. Vogliono che quella frase si legga, vogliono che sia chiaro che sanno, che li vedono, che non hanno paura. “Sì ma dobbiamo fare i nomi – mi dice una ragazza che mi cammina di fianco . Avrà 18 anni, la gerbera gialla nei capelli. “Non basta sfilare. I nomi ci vogliono. E li sappiamo tutti”.
In piazza Duomo è stato allestito il palco. E per la prima volta i politici non sono i protagonisti. Anche questo è un piccolo segnale. Parla chi ogni giorno sopporta la cappa, ogni giorno la combatte, ogni giorno fa i conti con i suoi morti ammazzati. Un imprenditore che ha denunciato e vive sotto scorta, un prete in prima linea, e poi una madre. Le hanno ucciso il figlio di 11 anni mentre giocava a calcetto a Crotone. Un proiettile l’ha centrato in pieno. Un regolamento di conti interno al clan. E chi se ne importa se sulla traiettoria c’erano donne e bambini. Loro sono i padroni.
Dal microfono la voce del Procuratore Generale Salvatore Di Landro parla di lotta compatta, di interventi strutturali da compiere, di tre obiettivi da perseguire per liberarsi dal cancro ‘ndrangheta. Educazione, prevenzione e repressione. Si rivolge alla gente, alle istituzioni e alle donne di mafia. «Convincete i vostri uomini e i vostri figli ad abbandonare la via del crimine, una strada che non paga.”
Le gerbere di Calabria sono lì. Ad applaudire.
“Scusa Alfredo, mi fai avere qualche foto?” “Sì, ma non so come sono venute, ero troppo impegnato a gridare e a manifestare”. “Silvia, basta una manifestazione?” . “No, è solo un piccolo passo. Si deve imparare a combattere nelle piccole cose, nei gesti di ogni giorno. Prima o poi ce la si deve fare”. Pietro: “E’ la collusione da eliminare. Il grido di questo corteo deve arrivare fino ai piani alti della politica”
Ragazzi di Calabria. L’entusiasmo delle grandi battaglie. Loro ci sono. Senza se e senza ma. A gridare la ‘ndrangheta è merda. A far rivivere le parole di Peppino Impastato. A suonare, a fischiare, a cantare. Ci sono . Ognuno col suo gruppo, ognuno con il suo striscione. Associazioni, collettivi studenteschi. Divisi e uniti. La lotta alla mafia deve ripartire da loro, da quelle facce pulite. Deve ripartire da loro. Dalla loro indignazione, dal loro voto, dal loro no. La scintilla c’è, si è vista a Reggio Calabria. SI deve superare la diffidenza, si deve viaggiare insieme, ognuno col suo contributo, ognuno col suo bagaglio. Si deve fare fronte comune, nelle forze politiche, culturali, nel mondo delle associazioni. Mettere da parte parolai e denigratori. Continuare a denunciare minacce e atteggiamenti mafiosi. Rompere il silenzio. Perché l’emarginato diventi il mafioso nel corteo e non viceversa.
“Il Quotidiano della Calabria ha solo raccolto un bisogno, il bisogno della gente perbene di dire basta”. Matteo Cosenza, il direttore che ha promosso con un’editoriale la manifestazione di sabato, non si sente un capopopolo. Ha scritto di quel vuoto, di quella voglia di riscatto che si respira. Ha fatto il suo mestiere, ne ha parlato. Ha innescato la scintilla. E la risposta c’è stata. Forte . Non lasciamo che quella scintilla si spenga. Perché “No ‘ndrangheta” non rimanga uno slogan, ma diventi uno stile di vita. Un appuntamento fisso, da costruire insieme. Perché la prossima volta il politico colluso, l’amministratore compiacente, il galoppino delle cosche non abbiano neppure il coraggio di sfidare lo sguardo delle gerbere gialle. Perché si arrivi a una prossima volta in cui lo striscione sarà “Oggi la mafia non sfila insieme a noi”.

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[AVAMPOSTO CIVILE] “No ‘ndrangheta”: in piazza per “una nuova Calabria” (Redattore Sociale)

scritto il 22 September 2010 da robertorossi

Parla Matteo Cosenza, direttore de “Il quotidiano della Calabria”, promotore della manifestazione di sabato prossimo a Reggio: “Le adesioni non si contano più”. Giovani riuniti su Facebook

“Sabato prossimo chi verrà in piazza a manifestare darà un segnale forte alla regione e a tutto il Paese. Tutti insieme concorreremo a lanciare un messaggio ben preciso: il desiderio di una nuova Calabria”. Matteo Cosenza, direttore de “Il quotidiano della Calabria” parla con ottimismo e fiducia della manifestazione “No ‘ndrangheta” promossa dal suo giornale per sabato prossimo a Reggio Calabria. Un’iniziativa che sta crescendo di giorno in giorno, che sta raccogliendo consensi da ogni settore della società civile “ tanto che – rimarca Cosenza – le adesioni non si contano più. Un’ottima premessa se si considera che, quando siamo partiti il 27 agosto scorso, eravamo 40 soggetti coinvolti”. Il direttore del quotidiano locale tiene ad evidenziare il metodo con cui è stata pensata la manifestazione: “ Ci siamo riuniti diverse volte per discutere e dare corpo all’iniziativa. L’ultima riunione sarà domani pomeriggio a Lamezia per decidere gli ultimi dettagli logistici relativi al programma di sabato prossimo. Fin dal primo momento – ribadisce Cosenza – abbiamo adottato un metodo collegiale, del tutto inedito per la Calabria”. Questo il fatto straordinario per una mobilitazione che non viene decisa e proposta dall’alto ma che nasce dal basso, grazie ad una certosina opera di concertazione da parte dei suoi promotori. “Così – continua il direttore del giornale – abbiamo dimostrato che i tanti ‘segmenti di buona Calabria’ sparsi sul territorio, se messi insieme riescono ad esprimere messaggi importanti; da soli, invece, non hanno voce. In questi giorni di preparazione all’evento stiamo assistendo ad una crescente assunzione di responsabilità da parte della società civile”. Si tratta di un movimento generale espressione del mondo calabrese: sindacati, associazionismo, Confindustria, Confcommercio, gruppi, enti, istituzioni e la stessa Chiesa. Cosenza sottolinea anche il grande entusiasmo che c’è tra i giovani che in tantissimi stanno anche aderendo all’iniziativa iscrivendosi al profilo “ No ‘ndrangheta” su Facebook. L’attenzione e la partecipazione delle giovani generazioni è un ulteriore segnale importante che “dimostra la pari dignità di tutti coloro che prenderanno parte alla marcia di sabato – commenta Cosenza – La manifestazione è di tutti e di nessuno, non ci sono primi della classe”. “No ‘ndrangheta” è l’ennesima iniziativa organizzata per protestare pacificamente contro il malaffare e per la difesa della legalità in Calabria. C’è quindi il rischio che anche la marcia di sabato prossimo, alla fine venga archiviata come una delle tante ‘parate’ contro la mafia. “Il rischio esiste. Questo è un problema che c’è sempre stato nella nostra regione – afferma Cosenza – . Per uscire dalla grave crisi che attanaglia il territorio calabrese su tutti i fronti, dalla questione morale alla politica, all’economia, è necessario l’aiuto dello Stato. Un supporto che diventa improduttivo se anche noi non facciamo la nostra parte, se non sono prima di tutto i calabresi a lottare per la giustizia e la legalità”. Matteo Cosenza conclude ricordando lo slogan della manifestazione “Una rete per liberare la Calabria”; per il direttore del giornale “ la rete dello slogan è il motore di tutto ed è quella che dovrà fare i conti col dopo-manifestazione, perché la Calabria nuova che la maggior parte dei calabresi vogliono non rimanga una bella frase scritta su uno striscione”.

(Maria Scaramuzzino)

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