Luciano Bruno minacciato e picchiato a Librino

scritto il 11 January 2014 da robertorossi

Catania – (Riccardo Orioles, I Siciliani) Ieri mattina intorno alle 10:30 a Librino, il grande quartiere-ghetto alla periferia di Catania, un nostro collaboratore che stava scattando delle foto al Palazzo di Cemento è stato circondato da sei uomini, minacciato con un’arma e picchiato. Gli hanno rotto un dente. Hanno fatto i nomi dei suoi familiari, su cui sembravano molto bene informati.

Luciano Bruno (un suo articolo, due anni fa, ha aperto il primo numero di questa nuova serie dei Siciliani) è di Librino e più volte ha pubblicato articoli sulla drammatica situazione di questo quartiere, abbandonato e lasciato in mano alla mafia. E’ autore fra l’altro di un pezzo teatrale di denuncia sul dramma di Librino, che è stato portato in giro in varie città d’Italia. Invitiamo tutti alla massima solidarietà verso Luciano e alla massima attenzione e vigilanza su Librino. (11.01.14)

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Il Sindaco nonviolento con l’utopia nel cuore

scritto il 23 September 2013 da robertorossi

(Azione nonviolenta, agosto-settembre 2013)

Nunzia ha i capelli neri e lucidi, schiacciati sulla testa da una cuffia di rete a maglie strette, ha una cinquantina d’anni e denti frantumanti dal tempo, sporgenti di un sorriso ingenuo, di quelli che abbondano nella sua bocca. Esce sul marciapiede, dopo aver passato lo straccio in un negozio di assicurazioni a venti metri da palazzo Zanca, il mastodontico municipio di Messina, fatto di enormi mattoni di pietra gialla, affacciato su una piazza che si affaccia sul porto, le navi di turisti, transatlantici e traghetti. Sole e caldo e l’azzurro mare. Nunzia ci sorride e a domanda risponde: «Renato? No, non è un sindaco, non è un politico, è comu ‘n fratello – appoggia la mano ruvida sul petto – si vede che lo fa col cuore, ci vuole bene, non è un politico». Lei l’ha votato? «Sì, ‘a siccuna volta, ‘a prima ho votato n’altro: un po’ uno, un po’ l’altro, così non s’offende nessuno».

Il successo di Renato Accorinti, neosindaco della città dello Stretto, professore di Educazione fisica, il primo politico di ispirazione nonviolenta ad amministrare una comunità così grande, è tutto nei semplici gesti di questa donna delle pulizie, nelle sue parole. Incontriamo decine di persone per le strade di Messina, studenti, gente seduta al bar, immigrati.. tutti lo chiamano per nome il signor sindaco, e cantano lo stesso ritornello: non è un politico, è un fratello. «Il politico – ci dirà lui – è come un padre o un insegnante: se non è amato, ha fallito».

Giornalisti da ogni angolo dell’isola, dal continente e da oltreconfine, si catapultano in città e a palazzo per capire cosa è accaduto: come è stato possibile che le elezioni le abbia potute vincere uno che fino a qualche mese fa scalava piloni di cento metri a strapiombo sul mare e sull’asfalto per manifestare contro la costruzione del ponte, uno che, accompagnato da zingari e studenti, organizzava blitz per piantare alberi in città, quello che negli anni Settanta fondava la polisportiva Movimento nonviolento, l’unico in Italia che ha fatto istituire in una scuola l’aula del respiro consapevole e della meditazione. Che c’entra uno che indossa ogni santo giorno la maglietta free Tibet, che entra in municipio a piedi scalzi, che mantiene lo stipendio da prof, con questa città?

Messina, babba (stupida perché senza mafia) per antonomasia, è invero da sempre al centro degli appetiti criminali della ‘ndrangheta e circondata da territori dove la presenza di Cosa nostra è fortissima. Indebitata fino al collo già negli anni Sessanta, è oggi più che mai a rischio default, con 500 milioni di buco nel bilancio comunale, una disoccupazione giovanile che sfiora il 50% e un incremento della fruizione di ammortizzatori sociali del 240% negli ultimi cinque anni. Violentata da una classe politica di «affaristi»: due ex sindaci di opposte fazioni partitiche ma di convergenti interessi economici – Francantonio Genovese, ora deputato pd, e il pdl Giuseppe Buzzanca – finiti nella bufera per una storia di truffa e peculato. Le mogli dei due in manette per aver rubato, secondo l’accusa, fiumi di denaro pubblico.

«Dobbiamo confiscare la parola “politica” a questi affaristi – chiosa secco Accorinti – perché non sono degni di usarla, ce l’hanno rubata. Dobbiamo restituirla alle persone. La politica è l’atto più spirituale che un essere umano può fare. Per Paolo VI, la forma più alta di carità. Gli altri fanno affari, noi facciamo politica, la nostra stella polare è il bene comune, stop!» E a proposito del rischio default? «Non ho paura del default economico, ma di quello culturale e spirituale. Partiamo da qui, il resto viene da sé: prendiamo le montagne e le buttiamo a mare. Quelli parlavano di economia, io parlo di spiritualità e benevolenza, parlo alle frequenze dell’anima».

Il sindaco è entusiasta di accoglierci («Azione nonviolenta! Minchia, mi fai tremare il cuore..») nel suo ufficio, in questa stanza di 60 mq dove, tra foto di papi, presidenti e madonne, campeggia da tre settimane un’enorme icona di Gandhi. Assediato da rappresentanti di enti e istituzioni, giornalisti e gente comune che viene a chiedergli una soluzione per l’acqua che manca ai cani del canile semiabusivo, le barriere architettoniche, le case popolari, lo sfratto, e altre questioni che solo la prolifica fantasia dei siciliani può partorire: «Ho incontrato più gente io in due settimane – ripete –  che Buzzanca in cinque anni».

Sembra di essere accolti nella cameretta di un diciottenne, l’età in cui incontrò la nonviolenza. Ci fa accomodare sul divano accanto alla scrivania (tra le carte dell’amministratore trovano spazio l’autobiografia di Nelson Mandela, “La politica della compassione” del Dalai Lama, un mala tibetano..) e comincia a mostrarci le sue cartoline: “La nonviolenza è uno stato positivo” del Mahatma Gandhi; “Non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti” di Martin Luther King; e poi foto scattate da lui ai suoi allievi che manifestano per la pace e altre che raffigurano lui stesso arrampicato ovunque col lenzuolo “No al ponte”.

Ci racconta del suo incontro con Pietro Pinna, nei primissimi anni Settanta a Perugia («Sono tornato a casa con lo zaino pieno di libri») e delle volte che Pinna venne a Messina e a Comiso per manifestare contro i missili Cruise nei primi anni Ottanta. Della fondazione della sezione locale del Movimento e della polisportiva: «Non volevano farci iscrivere alla Federazione italiana di atletica leggera – ricorda – perché avevamo il fucile spezzato come simbolo, era cosa troppo strana per loro». L’altro simbolo erano i cinque cerchi olimpici con l’aggiunta dei segni della pace di Gerald Holton: «I cinque continenti uniti nello sport come passione e nella pace come valore – spiega – d’altra parte, nell’antichità, si sospendevano le guerre durante le olimpiadi.. e allora perché non aggiungere la pace alla bandiera delle olimpiadi? Lo chiederò, tramite il Coni, al comitato olimpico. So che è cosa quasi impossibile da realizzare, ma lo farò.. a confronto la mia elezione a sindaco è niente..»

Raccontacelo questo “niente”, signor sindaco.

«Quelli che vogliono Renato Accorinti sindaco di Messina: la cosa è partita così, con una pagina Facebook. Poi si sono avvicinati amici e compagni di lotta: “La cosa sta crescendo” mi dicevano mostrandomi la raccolta firme fatta sul territorio. E io rispondevo: “Non mi candido se non siamo migliaia”. Non perché me la tirassi, ma perché se non ci fosse stato un vero movimento dal basso, con migliaia di persone che volessero davvero partecipare al cambiamento, non avrebbe avuto senso. Non era mia intenzione avere deleghe. Quando siamo stati veramente in tanti ho accettato, e il giorno della presentazione della candidatura, nel salone delle bandiere (la sala più grande di Palazzo Zanca, ndr) colmo fino all’inverosimile, circondato dai familiari delle vittime di mafia e con l’appoggio di personalità forti della lotta alla mafia, ho rilanciato con altre condizioni: “Possiamo iniziare il tragitto – dissi – non mi importa quanto è dura questa lotta, a me interessa solo la direzione, se è giusta mi possono solo ammazzare, e per essere giusta deve continuare allo stesso modo di come è cominciata. La condizione è che ognuno di noi prometta qui, ora, che dopo la campagna elettorale, qualunque sia il risultato, si vinca in ogni caso, se anche fosse una sconfitta dei numeri, noi dobbiamo continuare”. Fatto questo, siamo partiti con la campagna elettorale e con una frase, Cambiamo Messina dal basso, che non è un facile slogan ma l’essenza del percorso: il cambiamento può esistere solo se parte dal basso; è il potere di tutti di Aldo Capitini».

E poi cosa è successo?

«Anche per fare il programma abbiamo operato dal basso. Sarebbe stato semplice delegare a un gruppo di esperti, e invece ho voluto che i punti fossero il frutto del confronto fra la gente. Ogni settimana, argomento per argomento, un’assemblea pubblica, qui a palazzo: un esperto introduceva il tema e poi tutti potevano intervenire. Il salone delle bandiere era sempre affollatissimo, ad ogni riunione. Il commissario (Messina era commissariata prima delle elezioni, ndr) a un certo punto ci ha impedito di entrare e noi abbiamo continuato a riunirci fuori, sulla scalinata di ingresso del municipio, urlando volta per volta il nostro dissenso per quella decisione che ci negava il diritto sacrosanto di fare politica nella casa di tutti. Fatto il programma, lo abbiamo portato in giro. Nelle piazze, nelle parrocchie, nei teatri, nelle scalinate, dentro i locali, nelle periferie, dentro le case, dicevo: “Procura trenta, quaranta persone e vengo a casa tua”. Senza sondaggi, senza redazioni amiche, senza strategie di comunicazione. Una bicicletta scoppia contro una Ferrari, a mani nude contro un carro armato. Li abbiamo battuti».

Insomma la tecnica nonviolenta applicata alla campagna elettorale…

«Già, eppure applicare il metodo nonviolento alla campagna elettorale non è solo questo, non sono i sei mesi di impegno forsennato: significa metterci tutta la vita. Sono i quarant’anni di lotta alle spalle: per i primi trenta mi hanno considerato un pazzo, uno squinternato; negli ultimi tempi, invece, il consenso per le mie battaglie è cresciuto e ho acquisito una credibilità sufficientemente vasta per spuntarla. E poi credo, più che altro, che sia stata la storia a giocare la sua partita».

I tempi erano maturi?

«In questa città da sempre democristiana, di destra, nessuno aveva mai osato sfidare la “tradizione” e chi l’aveva fatto non era mai andato sopra l’uno per cento. Questa è la città più controllata d’Italia… mafia, ‘ndrangheta,  massoneria… Qui siamo dei poveracci di democrazia, la prassi non mai stata quella di lottare per i diritti, ma di girarsi dall’altra parte e poi venire qua a perdere la dignità chiedendo favori. Oggi, ci sono cinquecento cittadini che puliscono le spiagge assieme ai dipendenti comunali. E i dipendenti del tribunale sono venuti a chiedere di fare lo stesso: la domenica mattina con scope e ramazze a pulire i giardini del palazzo di giustizia. Se non è cambiamento dal basso questo.. Oggi ha vinto la storia, e la storia siamo noi, no?».

Un punto programmatico è disporre una flotta comunale che spezzi il cartello dei traghetti…

Ma ti sembra giusto che per attraversare tre chilometri di mare in macchina si debbano spendere cinquanta euro? Lo Stretto appartiene alle persone, ai cittadini, ai siciliani e ai calabresi, non a una famiglia di imprenditori. Voglio fare un consorzio tra le città dello Stretto e far sì che siano le comunità a godere delle entrate del suo attraversamento; dieci euro a passaggio con le auto, non di più, per tutti i cittadini.

C’è un’originalità del metodo nonviolento nella lotta alle mafie?

«In oriente si dice che il tuo peggior nemico, domani, può diventare il tuo miglior maestro. Francesco, prima di diventare santo era un uomo meschino che faceva lo sbruffone coi soldi del padre. Milarepa (santo tibetano, ndr.) era un assassino. Eppure, entrambi sono diventati dei riferimenti mondiali di spiritualità. Se sono riusciti loro a cambiare così radicalmente, possono riuscirci tutti. Io ho questa profonda fiducia nella facoltà di ogni uomo di coltivare la parte positiva della sua anima e di operare cambiamenti straordinari. Il principio è quello di giudicare l’errore, non l’errante. E questo vale per i mafiosi come per gli avversari politici».

Cioè?

 «Il giudizio sull’azione lo devi dare. Io reputo Buzzanca, l’ex sindaco, uno dei peggiori politici che Messina abbia mai avuto. In un periodo particolarmente ostile, durante una delle mie battaglie, una sera lo incontrai e gli dissi: “Peppino, tu lo sai che io non ce l’ho con te, se qualcuno oserà mai metterti un dito addosso, prima della tua guardia del corpo troverà me a difenderti, però ho il dovere di dare un giudizio alla tua azione politica”. Mio padre era un dirigente comunale e subiva quotidianamente le lamentele dell’assessore di turno per le mie lotte. Avevo diciotto anni e una sera me ne andai di casa, andai a dormire in stazione. Gli volevo bene, era mio padre, ma compromessi zero, nemmeno con lui. Cosa diversa è la mediazione».

Dal compromesso?

«Certo! Quando sono arrivato qua a consegnare la candidatura, mi si sono avvicinati tutti, anche giovani di destra. Dissi loro che non li avrei esclusi, chiesi il loro sostegno. Se tu hai un’idea che è migliore della mia, io la sviluppo, la faccio mia, dichiarando che l’idea è tua, di destra. Quei ragazzi ora collaborano con me per trovare soluzione ai problemi. “Ma una biblioteca – dissi loro – è di destra o di sinistra? Le spiagge e il mare, di chi sono? E una parco? E i bambini che giocano?” C’è una prospettiva politica completamente nuova, parlare di amore, di benevolenza… li spiazzi».

Il tuo modo di vestire, i tuoi gesti.. che peso hanno avuto i simboli in tutta questa storia?

«Moltissimo. Ma che siano simboli veri, credibili, non prese in giro. Io ho indossato ininterrottamente per dieci anni il logo “No-ponte”, non è stata una trovata elettorale. Se entro a piedi nudi qui dentro è per dire che sono un servitore, che devo stare coi piedi per terra. Quando, il giorno del mio insediamento, faccio indossare la fascia da sindaco a un bambino è perché sono un insegnate e so che il cambiamento parte dalle nuove generazioni. Gesualdo Bufalino diceva che la mafia si sconfigge con i maestri elementari».

Un utopia?

«Cosa?»

Sconfiggere la mafia..

«Io ho sempre vissuto con l’utopia nel cuore. Il poeta sudamericano Eduardo Galeano ha scritto che l’utopia è come l’orizzonte. Faccio due passi e si allontana di due passi, ne faccio dieci e si allontana di dieci; per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. Ma allora a cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare».

Roberto Rossi per Azione nonviolenta

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Catania, tre pallottole e tanti auguri

scritto il 20 January 2013 da robertorossi

 di Domenico Pisciotta*

Capodanno, a San Cristoforo si spara per festeggiare. Le strade del quartiere sono disseminate da centinaia di proiettili a salve, calibro 7.65 e pall
ettoni da caccia 77 o 70 mm.

C’è un luogo che ogni anno subisce le conseguenze di questi festeggiamenti, l’ufficio postale di via Plebiscito. Alcuni colpi di pistola sono stati sparati contro la vetrata e la porta dell’ufficio postale. Per non lasciar le cose a metà, alcuni giorni dopo, lo stesso ufficio è stato luogo di una rapina. Durante i festeggiamenti per il nuovo anno, qualcuno ha pensato bene di prendere di mira anche il Gapa, sede de I Cordai e centro di volontariato che da venticinque anni lavora con le bambine, i bambini e le famiglie del quartiere.

Tre proiettili sono stati esplosi contro la sede del centro; uno ha rotto una finestra, gli altri due hanno forato una porta di metallo. La sede, nell’occasione, non era aperta. Dei tre proiettili due hanno attraversato l’intera aula, adibita a biblioteca, che durante la settimana è impiegata per il doposcuola, il corso di fumetti e i vari laboratori.

I proiettili hanno prodotto due fori sulla parete interna dell’aula e hanno sollevato in noi, numerosi interrogativi. Perché colpire il Gapa? Quale messaggio nasconde quest’aggressione? Quali intenzioni hanno armato la mano di chi ha sparato? Interrogativi che inquietano, allarmano e rimandano a paure che riemergono come un fuoco che covava sotto la cenere da tempo.

Le paure vanno a ogni modo superate, non per o eroismo ma per l’importanza della posta in palio. In gioco vi è la sopravvivenza di un’idea, di un sogno che da venticinque anni vive il quartiere. I danni si riparano, la finestra e la porta si cambiano. Continuiamo, come sempre, le nostre attività.

Sicuramente, sarebbe stata più gradita una cartolina d’auguri. Ad ogni modo, buon anno a tutti.

*Domenico Pisciotta è un giovane militante del Gapa (“Giovani assolutamente per agire”, il centro di quartiere di San Cristoforo, a Catania) e scrive su I Siciliani giovani, oltre che sul giornale del centro, I Cordai.

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Sierra Leone al voto tra corruzione e minacce ai giornalisti

scritto il 27 October 2012 da robertorossi

La corruzione dilagante fa presagire una campagna elettorale poco pulita e lontana dai parametri previsti per le elezioni democratiche.

(Gaianews.it) – fonte: Voice of America

In Sierra Leone si avvicinano le presidenziali, previste per il 17 novembre, e gli ostacoli e i pericoli che costantemente i giornalisti sono costretti ad affrontare si moltiplicano, aggiungendosi alla mancanza di risorse e alle misere tariffe. Inoltre la corruzione dilagante fa presagire una campagna elettorale poco pulita e lontana dai parametri previsti per le elezioni democratiche.

Emeric Roy Coker, un giornalista di Radio Universal, un’emittente della capitale Freetown, ha lamentato che nel suo Paese i giornalisti incontrano numerosi scogli, soprattutto quando si tratta di argomenti scomodi per la società. A Voice of America Coker ha raccontato di aver provato ad affrontare la tematica dei diritti dei gay, subendo però diverse minacce anonime, attraverso chiamate e messaggi telefonici. Coker ha spiegato che in Sierra Leone essere gay è considerata “una pratica occidentale, estranea alla propria cultura”, per cui il riconoscimento dei diritti della comunità omosessuale è un argomento tabù, di cui non si dovrebbe mai discutere.

Nonostante tutto Coker non si è perso d’animo, e ha dichiarato di voler continuare a battersi in favore dei diritti degli omosessuali, sfruttando la propaganda delle prossime elezioni. La preoccupazione di divenire un bersaglio facile, però non gli permette di lavorare in serenità. Il giornalista ricorda che durante le scorse elezioni molti giornalisti sono stati aggrediti e derubati delle proprie attrezzature. Coker, deplora anche il problema della corruzione e delle tangenti offerte ai giornalisti per realizzare reportage falsi.

continua ->

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[Avamposto Scopelliti] Il governatore: chi racconta i miei guai è “cialtrone” e fa parte della “cricca”

scritto il 21 November 2011 da robertorossi

Perché il presidente della Regione Scopelliti ha insultato pubblicamente i giornalisti Guido Ruotolo, Enrico Fierro e Roberto Galullo.

di Roberto Rossi

Guido Ruotolo, Enrico Fierro e Roberto Galullo, «giornalisti cialtroni», che «pensano di costruire le loro fortune personali sulle disgrazie altrui» e «che fanno parte della cricca». Parola di Giuseppe Scopelliti, governatore della Calabria, che lo scorso 16 novembre, sul lungomare dello stretto, durante una manifestazione pubblica in memoria di Ciccio Franco, ha pensato bene di legare il ricordo del leader fascista della rivolta di Reggio del ‘70 a sonore scudisciate nei confronti dei tre noti giornalisti in forza rispettivamente a «La Stampa», «Il Fatto Quotidiano» e «Il Sole24ore».

Scopelliti parla ai suoi. Rivendica quanto di buono è stato fatto dalla sua passata amministrazione cittadina e chiude attaccando i tre senza entrare, tuttavia, nel merito delle questioni sollevate dai loro recenti articoli sulla passata gestione finanziaria del Comune, ma definendoli semplicemente «cialtroni» e partecipi di una qualche «cricca». Un atteggiamento, quello del governatore, che tradisce un certo nervosismo. D’altra parte, i motivi per essere nervosi non mancano.

A poche centinaia di metri dal lungomare, infatti, dentro il palazzo di Giustizia, si indaga su di lui. Due contestazioni, per un’unica ipotesi di reato: falso in atto pubblico. Proprio il 17 novembre Scopelliti sarebbe dovuto comparire davanti ai pm per rispondere delle presunte irregolarità contabili dei bilanci comunali approvati negli anni che vanno dal 2007 al 2010, periodo in cui era sindaco della città. Secondo una recente relazione degli ispettori del ministero del Tesoro sarebbero «stati adottati artifici contabili al fine di occultare la reale situazione finanziaria dell’ente». La voragine del debito è stata calcolata in 170 milioni di euro. La città sull’orlo del fallimento. Centinaia di lavoratori delle partecipate che non prendono stipendi da un semestre.

L’altra contestazione riguarda una prassi contabile che sarebbe stata messa in atto per occultare la reale direzione di alcuni finanziamenti. Un reato che Scopelliti avrebbe commesso in concorso con Orsola Fallara, l’ex dirigente comunale del settore Finanza e Tributi che non potrà mai dare la sua versione dei fatti perché morta suicida nel dicembre 2010 dopo aver ingoiato acido muriatico, in circostanze misteriose. Come misteriosa è la morte di un suo intimo confidente, Peppe Sorgonà, ucciso il 7 gennaio 2011 «in modo eclatante – scrive Enrico Fierro sul “Fatto” lo scorso 4 novembre – crivellato di colpi come si usa a Reggio  quando l’omicidio deve parlare soprattutto ai vivi. Se (Orsola Fallara, ndr) gli ha confidato segreti sugli anni d’oro del Comune non lo sapremo mai.»

Ci sono poi, a infastidire la quiete del governatore, le risultanze delle recenti inchieste dell’Antimafia reggina: l’arresto di Santi Zappalà, consigliere regionale e grande elettore di Scopelliti, finito dentro per aver chiesto voti al clan Pelle; i guai giudiziari dell’assessore regionale all’Ambiente Francesco Pugliano; il fatto che in diversi procedimenti almeno cinque pentiti di ‘ndrangheta abbiano fatto il nome dello stesso Scopelliti.

Di questo si sono occupati Galullo, Fierro e Ruotolo. Hanno raccontato i fatti, mettendoli in fila, cercando di ricostruire un clima, una situazione. Con la consueta attenzione che mettono quando, spesso, scrivono di mafia e politica. Così è avvenuto nei primi giorni di novembre.

Il pezzo «Cinque pentiti: così noi aiutiamo i politici» di Enrico Fierro, è apparso sul «Fatto» il 3 novembre: «A Reggio Calabria s’indaga sull’appoggio mafioso ai candidati». Lo stesso giorno su «La Stampa», c’è il reportage «Le trame oscure di Reggio Calabria» di Guido Ruotolo: «Attentati ai pm, veleni tra magistrati e la pressione della ‘ndrangheta Viaggio in una città sotto scacco». Sullo stesso giornale, il giorno dopo, «Reggio Calabria a picco tra sprechi e cosche», sempre Ruotolo: «Il Comune sepolto dai debiti, aziende non pagate. Nel mirino la gestione di Scopelliti, ora governatore». Lo stesso 4 novembre, sul «Fatto», Enrico Fierro pubblica un’ampia inchiesta sullo stesso tema, dal titolo «Il miracolo è finito»: «Prima le archistar e le feste con Lele Mora. Ora solo i debiti. Reggio Calabria sul lastrico».

Dell’8 novembre è invece l’inchiesta di Roberto Galullo sul «Sole24Ore», la settima puntata di un ampio approfondimento che la testata di Confindustria sta conducendo sui conti delle Regioni. È dedicata alla Calabria e il giornalista – oltre a ripercorrere il caso Fallara di cui aveva già scritto ampiamente in passato sia sul giornale che sul suo blog – mette in fila i numeri della spesa pubblica, lasciando intendere, la ragione clientelare di alcune “schizofrenie” di bilancio.

Un fuoco incrociato. Tale deve essere apparso agli occhi del governatore tanto interesse da parte della stampa nazionale per la sua Regione, e per questioni che lo riguardano personalmente. Al punto da esternare un insulto – «cialtroni che fanno parte della cricca» – che nulla dice sulle indagini che lo riguardano, sul buco di 170 milioni del Comune, sui rapporti tra mafia e politica. Una messa all’indice, contro la quale hanno preso posizione i cdr delle testate dei tre cronisti, Ossigeno per l’informazione, la segreteria nazionale del Pd e il settimanale calabrese «Il Corriere della Calabria», che in passato è stato anch’esso vittima – nella persona del suo direttore, Paolo Pollichieni, e di un suo giornalista, Lucio Musolino – di simili attacchi da parte del governatore Scopelliti.

È accaduto il 7 ottobre 2010, quando Musolino lavorava ancora per «Calabria Ora», che il suo stesso giornale ospitasse una lunga intervista al governatore nella quale ha dichiarato: «Lei pensa che non ci siano molte persone che conoscono i mafiosi e non per questo sono mafiosi? Secondo me anche alcuni giornalisti del suo giornale… Ci sono giornalisti del suo giornale che il garantismo lo conoscono poco. Per esempio Lucio Musolino». Lo stesso, più esplicitamente, avvenne il 5 dicembre. Questa volta l’intervista fu rilasciata a «Libero»: «(Musolino, ndr.) ha uno zio, fratello del padre, il quale risulta affiliato alla cosca Araniti.» Il governatore, in entrambi i casi, non entra nel merito degli articoli del giornalista, che riportavano notizie in merito a sue presunte frequentazioni con uomini di ‘ndrangheta.

Più recente è la vicenda che riguarda Pollichieni. Il 10 agosto scorso sul «Corriere della sera», Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, riprendono – nel cappello dell’articolo in prima pagina – una notizia pubblicata dal «Corriere della Calabria» circa la sponsorizzazione di “Miss Italia nel mondo” da parte della Regione con i soldi «che sarebbero stati presi dall’amputazione dei fondi per il contrasto alla povertà e il sostegno alle famiglie». Il giorno dopo, la risposta di Scopelliti sulle colonne del quotidiano milanese è questa: «(Pollichieni, ndr.) è personaggio già noto alle cronache giudiziarie calabresi e che, nel tempo, ha intrattenuto una serie di incarichi professionali lautamente ricompensati proprio dalla Regione Calabria». Ancora una volta, nessuna voglia di spiegare, nessuna intenzione di rispondere alle evidenze raccontate da un articolo di giornale. Solo attacchi personali a chi è colpevole di fare informazione.

Roberto Rossi

GLI ARTICOLI DI RUOTOLO, FIERRO E GALULLO:

Galullo, 8 novembre: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=16LG9A

Fierro, 3 novembre: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=16DOA2

Fierro, 4 novembre: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=16FIKQ

Ruotolo, 3 novembre: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=16DVJ6

Ruotolo, 4 novembre: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=16FPQ3

Ruotolo, 18 novembre: http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/430653/

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[AVAMPOSTO "SUD"] Il free-press di giornalismo investigativo catanese perde il suo direttore

scritto il 13 February 2011 da robertorossi

La storia ci puzza un bel po’. Conosciamo personalmente Antonio Condorelli, lo stimiamo e non ci paiono possibili le accuse che gli rivolgono gli editori. Cercheremo di capire, in questo e in altre piattaforme. Intanto vi alleghiamo la nota che Antonio ha mandato ieri a “Catania Oggi” nella quale denuciava che il suo IP al sito di Sud era stato bloccato. A seguire, la versione degli editori apparsa oggi sul sito del giornale. Siamo sconcertati e vicini ad Antonio Condorelli, lo ripetiamo, per stima professionale e amicizia.

Condorelli: “l’informazione d’inchiesta non puo’ essere strumento”
CataniaOggi 12.02.2011

Riceviamo e pubblichiamo la seguente nota a firma di Antonio Condorelli: “Invio la seguente nota perchè il mio IP è stato bloccato e non posso commentare nè scrivere sul portale www.sudpress.it da me diretto sino a pochi giorni addietro”.
“La sfida che ogni giorno mi ripropongo è quella di un’informazione pura che porti in primo piano i fatti documentandoli in modo asettico. – continua la nota – Gli editori di Sud hanno investito nel settore asfittico dell’informazione e ho avuto, sino a qualche giorno addietro, la possibilità di lavorare liberamente sulla base della linea politico-editoriale concordata”.
“Il problema è sorto quando è nata all’improvviso l’associazione “amici di Sud” che, indicando come logo e come sede la stessa del giornale da me diretto, denunciava al Csm il giudice Gari, marito dell’assessore-sovrintendente del Teatro Massimo Bellini Rita Cinquegrana”.
“I due comunicati stampa inviati dall’indirizzo amicidisud@libero.it erano siglati “amici di Sud”. – c’e’ scritto sulla nota -
“La mia presa di distanze è stata immediata per salvaguardare la mia posizione di giornalista che fa informazione, e il ruolo dei collaboratori di Sud”. – continua la nota – “La stessa sera è avvenuta una riunione con gli editori Basile e Di Rosa alla presenza del legale della società Avv. Antonio Fiumefreddo. A conclusione della riunione veniva pubblicato su Sud un comunicato in cui gli editori preannunciavano la presa di distanze da questa associazione visto che Di Rosa, Basile e il legale Fiumefreddo si dicevano all’oscuro di tutta la vicenda. – continua la nota – Anzi la condannavano aspramente. Il patto era quello di andare l’indomani alla Polizia Postale per scoprire chi avesse osato utilizzare il logo di Sud e l’indirizzo della redazione per una denuncia al Csm. Ritornato a casa ho scaricato i files dell’associazione “amici di Sud”, li ho aperti con open office e cliccando su “file” sono andato su “Proprietà” ed è risultato “proprietario” “Antonio Fiumefreddo”. Immediatamente ho chiamato l’editore Di Rosa chiedendo spiegazioni. L’indomani gli editori non hanno mantenuto la parola della denuncia alla polizia postale”
“In questa vicenda c’è però un profilo essenziale che mi ha spinto alla rottura con gli editori, – scrive Condorelli – che va ben oltre la bugia sugli autori della denuncia al Csm”.
“Quando ho fatto i servizi sull’assessore Cinquegrana, – dice Condorelli” moglie del Gip Gari, il mio fine esclusivo era quello di informare di un fatto grave i cittadini. Quando invece si utilizza il logo del giornale per fare un esposto al Csm contro il giudice Gari, l’informazione rischia di diventare strumento di un’associazione che agisce politicamente. E c’è di più perchè Fiumefreddo, che è risultato “proprietario” del file-denuncia firmato “amici di Sud”, ha avuto un contrasto personale con la Gari”.
“La rottura – continua la nota – è stata su questa cosa, almeno da parte mia. L’informazione, soprattutto nel giornalismo d’inchiesta, non può essere strumento di questioni personali o di associazioni che utilizzano il logo del giornale facendo denunce e promettendo attività “collaterali” di carattere politico anche se non partitico”.
La conclusione qual è?
“E’ che io ringrazio gli editori Di Rosa e Basile per aver creato questa nuova realtà editoriale, – continua la nota – se tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto. Sino ad una settimana addietro ho ritenuto Sud luogo ideale in cui fare informazione a mio modo. Dopo i fatti che ho raccontato sono caduti i presupposti. Quindi auguro ogni bene agli editori di Sud e agli “amici di Sud”, compresi quelli che non appaiono e scrivono denunce.”
“Io continuerò a fare il giornalista senza “movimenti collaterali”. Le inchieste non sono finite, presto in campo una nuova testata indipendente. – conclude Condorelli – “A parlare saranno sempre i fatti e le carte”.

SUD SI E’ LIBERATO DI UN RISCHIO PERICOLOSO
SudPress 13.02.2011

In un mio post ho fatto riferimento a Fabio Cantarella rispondendo ad un commento che ricostruiva in maniera tendenziosa alcune vicende di SUD.Se, come afferma adesso, non è lui l’autore me ne scuso, ma resta suo interesse accertarne l’origine.Resta però quanto malevolmente scritto dall’abusivo, e ne approfitto per dare alcuni chiarimenti.
In particolare quel post si riferiva ad un’inesistente ed impossibile ruolo “ambiguo” di Antonio Fiumefreddo nel giornale. Impossibile perchè Fiumefreddo, come da me affermato mille volte in questi mesi, ha partecipato sin dall’inizio alla creazione di SUD, è stato addirittura lui stesso a presentare Antonio Condorelli e “raccomandarlo” caldamente a noi editori! Ha solo scelto, per i motivi esposti nella mia precedente e lunghissima nota, di non occuparsi direttamente della gestione della società. Stessa cosa fatta da altri carissimi amici. Se avessero voluto partecipare direttamente alla Società sarebbero stati più che benvenuti, ci mancherebbe. Tra l’altro, il rapporto di Antonio Fiumefreddo col giornale e col suo direttore è stato costante e proficuo, ci ha evitato errori sul piano della responsabilità penale e approntato la più opportuna tutela nell’interesse del giornale. La linea editoriale, chiara e trasparente sin dall’inizio, è ovviamente figlia diretta e legittima di un comune sentire e di un costante confronto. Ed era nota, partecipata e più che condivisa, a parole, da Condorelli. Saranno state centinaia le riunioni ed i pranzi in cui si è discusso dei temi del giornale. Se Condorelli arriva oggi a definire Antonio Fiumefreddo solo come il “legale” della società manifesta un problema suo, che dovrebbe preoccupare i sostenitori della sua “indipendenza e trasparenza”.
Significa forse che il direttore di SUD Antonio Condorelli ha taciuto, nascosto, negato i suoi quotidiani contatti con Antonio Fiumefreddo? E perchè? Non lo capisco. Antonio Fiumefreddo, e con lui i suoi amici, è stato uomo di battaglie campali in questa città, tutte rese incomprensibili e mistificate da una stampa di regime collusa e scorretta. PROPRIO DA QUESTO NASCE SUD, e Condorelli lo sapeva benissimo, sin dal primo incontro! Di cosa stiamo parlando? Perchè questo sotterfugio? Forse ha a che fare con le frequentazioni di Condorelli di ambienti politici a noi estranei e da lui tenacemente tutelati, a scapito del giornale e dei suoi lettori? Forse ha a che fare con le interviste, pubblicate sul nostro sito e a nostra insaputa, tra l’altro giornalisticamente inutili, al suo professore di tesi? Forse ha a che fare con la partecipazione nella qualità di direttore di SUD a convegni indetti da esponenti politici senza che ne sapessimo nulla? Forse ha a che fare con la contemporanea iscrizione come “amici di SUD su Facebook” di ben 400 iscritti ad una specifica forza politica senza che noi ne sapessimo nulla. Chi ha voluto utilizzare il nostro lavoro ed i nostri soldi? Quali sono le reali fonti che utilizza per i suoi scoop? E quale tutela si deve garantire per continuare ad ottenere le sue famose carte? Investigazione o prostituzione? Siamo stati forse troppo rispettosi di una tanto sbandierata quanto inesistente indipendenza. E ce ne siamo accorti troppo tardi, questa è la verità. Non pare strano che ad essere colpita sia stata una sola parte politica, mentre la copertura degli editori era totale e sollecitante per un analisi obiettiva dell’intero sistema? Può essere che un così abile “investigatore” non riuscisse a trovare nulla da segnalare su alcuni rappresentanti di specifici gruppi politici che pure hanno ruoli di altissimo rilievo nello sfascio generale? Non è possibile!Avevamo deciso, per stile e opportunità, di sedare la polemica, concentrandoci sul doveroso rilancio di SUD, valutando con la dovuta attenzione le numerose candidature all’ambito ruolo di Direttore di SUD, ma la decisione del signor Condorelli di continuare ad emanare, su siti a lui amici e non solo, comunicati ed interviste con affermazioni assolutamente false, ci costringe a chiarire e a reagire in tutte le sedi a tutela di una verità che, evidentemente merita di essere acclarata.Totalmente falso, infine, è che sarebbe stato inibito il suo IP e che non gli sarebbe stato consentito inserire commenti. La storia personale non consente a nessuno di darci lezioni di libertà, indipendenza e coraggio.La verità è che quanto abbiamo appreso della reale consistenza del nostro ex direttore e sulla gravissima scorrettezza di comportamento nei confronti degli editori, dei lettori e dei suoi stessi colleghi ci ha sconcertati e non poteva che concludersi con il suo allontanamento.Ripeto, avremmo preferito evitare approfondimenti, ma il perseverare suo e dei suoi accoliti non ci consente reticenze.
Il suo tentativo di danneggiare SUD, i suoi editori e quanti hanno contribuito alla sua fondazione, tentando di passare per “vittima sacrificale” mentre sfruttava la buona fede nostra e dei nostri lettori utilizzando la nostra testata come vomitatorio di qualche segreteria politica a fini personali non può essere tollerato oltre e ne sarà proposta la giusta sanzione nelle sedi opportune oltre che di fronte alla pubblica opinione, alla quale SUD non nasconderà mai niente e adesso è necessario che si sappia tutta la verità, affinchè ignari lettori e seguaci in buona fede non vengano più ingannati da falsi sacerdoti della libera informazione.

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La solitudine di un cronista minacciato

scritto il 12 February 2011 da robertorossi

Le riflessioni di Giuseppe Baldessarro, la replica del suo sindacato.

di Roberto Rossi

Questa è la storia di un giornalista che fa il suo lavoro. Lo fa bene, collabora con testate illustri, vince numerosi premi. Un professionista che sfida i poteri politici, economici e criminali della sua città. Additato come l’infame da alcuni politici, bersagliato da minacce di morte. Non è il solo. Almeno una ventina di giornalisti nella sua regione, la Calabria, sono stati minacciati di morte nell’ultimo anno.

Ma Giuseppe Baldessarro, il protagonista di questa storia, non è mica tipo da sbandierare i suoi meriti. Anche sulle minacce di morte il suo pensiero è mitigato da una lucidità distante anni luce dal sensazionalismo in cui è pur facile cadere quando si parla di queste dinamiche. Non perché non dia peso al rischio, ma perché quell’atteggiamento gli permette di arrivare al cuore del problema, di evidenziare con autorevolezza quelli che sono i veri rischi che corre chi fa bene il suo lavoro in terra di ‘ndrangheta: «Le minacce – ha dichiarato due giorni fa durante un convegno di “Ossigeno per l’informazione”, l’osservatorio FNSI-OdG sui giornalisti minacciati – nel nostro mestiere non arrivano solo dalla criminalità, da quella ci difendiamo. Le minacce arrivano dal Sistema, arrivano dai politici che telefonano al direttore e insinuano sul tuo lavoro.»

Il vero problema, per Baldessarro, è la zona grigia, quella varia e potente umanità che trova conveniente convivere con la mafia, il fenomeno per cui «fare la cronaca in una terra come la Calabria – dice – vuol dire anche affrontare il confine tra il bene e il male.» Saperla riconoscere fra le fumosità che spesso la avvolge, nei discorsi pubblici e privati, nelle dichiarazioni indispettite, nelle delegittimazioni di cui spesso si fa autrice e portavoce. Questo uno dei compiti più difficili di un cronista che tutti i giorni racconta una realtà come quella calabrese.

Quindi, Baldessarro, rispondendo a una domanda, affronta un’altra questione. Quella della solitudine, dell’isolamento di cui un cronista minacciato e delegittimato spesso è vittima: «La Calabria – spiega il giornalista – non e’ una terra normale, ci sono i massimi vertici della criminalità organizzata, la classe politica più corrotta al mondo, da qui passano tutti gli investimenti della mafia e la gente non è solidale con chi ne scrive. Purtroppo non abbiamo strutture che ci difendono: Ordine e sindacato sono assolutamente assenti.»

Una denuncia puntuale. E un punto di vista, il suo, di sicuro non trascurabile. Di questo, della Calabria, dei giornalisti calabresi minacciati e delle prese di posizione del sindacato calabrese a riguardo, aveva parlato, sempre durante il convegno, anche Santo Della Volpe, giornalista del tg3.

Le dichiarazioni di Baldessarro vengono riprese dall’Ansa, quelle di Della Volpe no. Passa un giorno e sul sito del sindacato calabrese appare “La replica del segretario regionale Fnsi, Carlo Parisi, alle dichiarazioni di Giuseppe Baldessarro”: «Se la gente non è solidale con chi scrive – dichiara Parisi – bisognerebbe chiedersi se e quanto sia attendibile ciò che si scrive.» E ancora: «Ordine e sindacato dei giornalisti non sono circoli culturali dediti alla presentazione e alla promozione di libri». A quale libri vorrà riferirsi? Alla puntuale inchiesta su ‘ndrangheta e veleni di Baldessarro e Manuela Iatì? Al libro che ho scritto con Roberta Mani sui giornalisti minacciati in Calabria? Nessuno di questi libri è mai stato presentato né promosso da Ordine e sindacato, né è stato mai chiesto dagli autori di farlo.

Simili dichiarazioni sono venute in passato dallo stesso Parisi. In occasione della presentazione in Calabria del libro sui cronisti calabresi minacciati, il 27 luglio del 2010: «Quando si tratta di analizzare problematiche e vicende così delicate e difficili come le intimidazioni ai professionisti dell’informazione, abbiamo il dovere, etico e deontologico, di essere chiari. Non c’è spazio per il romanzo: chi è veramente minacciato, rischia la vita. Il resto è folklore». Intervistato dal “Manifesto”, in quella stessa occasione, aveva dichiarato: «I giornalisti qui non vivono nel terrore, prima non denunciavano neanche, oggi lo fanno ma qualcuno pensa quasi che sia una medaglia alla carriera.»

E ancora quando – all’indomani di un intervento di Roberta Mani, apparso sul “Quotidiano della Calabria”, sulle minacce ai giornalisti calabresi e a sostegno della manifestazione contro la ‘ndrangheta che quel giornale ha organizzato lo scorso settembre –  in un editoriale invita a non dare troppo clamore alle minacce ai giornalisti della sua terra per evitare l’effetto “emulazione”, al contrario di quanto affermano autorevoli osservatori, rappresentanti nazionali di categoria, e magistrati che invece sono convinti che parlare delle minacce ai giornalisti è necessario alla salvaguardia della loro incolumità. Naturalmente non manca di sferrare il suo attacco a “fantomatici” professionisti dell’antimafia che si arricchirebbero alle spalle dei cronisti minacciati: «In una regione, come la Calabria, dove le buste contenenti proiettili e lettere minatorie sono, ormai, all’ordine del giorno in tutte le categorie sociali e professionali – scrive Parisi – si rischia di far cadere l’attenzione sul grave ed effettivo rischio che molti giornalisti corrono, quotidianamente, nello svolgere il mestiere di cronisti. In una situazione simile, purtroppo, solidarietà, marce, manifestazioni e girotondi servono a poco. Costituiscono, sì, attestazioni di solidarietà e d’affetto ai destinatari delle minacce, ma finiscono per fare il gioco sia di chi vuole alimentare il clima di terrore e la cultura del sospetto, sia di chi costruisce le proprie fortune, economiche e professionali, grazie al professionismo dell’antimafia. Il caso Terry Jones, il reverendo d’oltreoceano che aveva annunciato il rogo del Corano, dovrebbe averci insegnato qualcosa. Ammesso che ce ne fosse bisogno. A volte, amplificare certe notizie serve solo a portare alla ribalta pazzi esaltati come il pastore americano o, come nel caso del “tormentone” minacce in Calabria, a far credere a chi le manda che basta una cartolina per fermare la libertà di stampa.» (“E ora di smascherare i soliti ignoti” (13/09/10)

Ma torniamo all’oggi. Alla nota apparsa ieri. Per sferrare l’attacco a Baldessarro, Parisi chiama in causa le decine di giornalisti precari che operano in Calabria, accusandolo direttamente in quanto ex componente del Cdr del suo giornale: «Compito dell’Ordine dei giornalisti e del sindacato – sottolinea il segretario del sindacato dei giornalisti della Calabria – è quello di rappresentare e dare voce alla categoria. Al sindacato, in particolare, competono la tutela e la difesa dei giornalisti e, dunque, del loro sacrosanto diritto al lavoro in condizioni dignitose che, guarda caso, proprio nel giornale in cui lavora Baldessarro non vengono contrattualmente rispettate. Anzi, a corrispondenti e collaboratori, spesso, vengono addirittura negate. Al sindacato dei giornalisti non spetta, né avremmo il potere di farlo, il compito di eliminare la «zona grigia». Il nostro compito è, semmai, quello di eliminare la «zona nera», quella del lavoro sommerso, non tutelato, non riconosciuto, ampiamente presente, purtroppo, nella nostra regione e marcatamente riscontrabile, lo ripeto, anche nel giornale del collega Baldessarro. Una realtà inaccettabile che lo stesso Baldessarro, in qualità di componente del Comitato di redazione del Quotidiano della Calabria (dal giugno 2009 al febbraio 2010), ovvero di sindacalista, avrebbe dovuto denunciare e combattere. A meno che Baldessarro non ritenga che professionalità, autorevolezza, indipendenza e dignità dei giornalisti siano gentili concessioni degli editori.»

Sia una reazione scomposta, sia il voler scatenare contro Baldessarro i cronisti precari del suo giornale, o sia una legittima difesa all’accusa di immobilismo di fronte al caso delle decine di giornalisti minacciati in Calabria, lo facciamo decidere a chi sta leggendo questa storia. Decidano anche, i lettori, se le analisi e le prese di posizione del segretario regionale dei giornalisti calabresi sul tema dei cronisti minacciati in Calabria siano corrette e limpide. A me corre l’obbligo di riportare la replica di Baldessarro, che il sito del sindacato calabrese ha pensato bene di censurare: «Dispiace la reazione di Carlo Parisi, segretario del sindacato al quale sono da sempre iscritto – ha affermato all’Ansa il giornalista – dispiace anche perché Parisi ben conosce la mia storia e la mia leale schiettezza. Non posso che prendere atto delle sue dichiarazioni. A cui aggiungo solo un’amara considerazione: da oggi come professionista di questa regione mi sento un po’ più solo».

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[AVAMPOSTO] Le dimissioni di Angela CORICA

scritto il 1 November 2010 da robertorossi

Si dimette la giovane giornalista minacciata con cinque colpi di pistola contro l’auto. ”A Calabria Ora non c’erano più le condizioni per lavorare senza condizionamenti e con serenità”.

Mi sbagliavo quando pensavo che le cose sarebbero rimaste come prima. Dopo le dimissioni del direttore Pollichieni ho creduto che stringendo i denti, avremmo potuto continuare a lavorare senza condizionamenti e con serenità. Certo sarebbe stato difficile dato che uscivamo da una esperienza entusiasmante, brillante. Avevamo lavorato bene e i risultati erano sotto gli occhi di tutti. Questa è rimasta solo una mia illusione perché, nei fatti, da luglio ad oggi le cose sono evidentemente cambiate dentro al giornale, sia per quanto riguarda l’organizzazione interna, sia sul piano dei contenuti. Con questa lettera annuncio le mie dimissioni (con 30 giorni di preavviso come da contratto), limitandomi quindi a svolgere il mio lavoro esclusivamente personale e fuori dalla redazione, (sempre come da contratto) perché la situazione è diventata insostenibile. Ricordo inoltre che io, da contratto, non dovrei partecipare ai turni in redazione, come invece faccio da oltre un anno. Io esco perché contesto la linea editoriale del giornale che non mi è chiara già dall’arrivo del nuovo direttore Sansonetti. Credo che in questo senso vi sia disorganizzazione fra le redazioni che,senza l’efficace coordinamento del passato, utilizzano le pagine come un grande contenitore in cui mettere i pezzi senza avere una linea definita, chiara. Motivo per cui c’è il pericolo di essere contraddittori anche fra le redazioni stesse che non sono orientate in alcun modo. Ci era stato detto che a breve, dopo l’estate, sarebbe stato risolto questo problema e che il direttore si sarebbe impegnato ad incontrarci tutti per discutere o ridefinire questo punto. Ciò non è accaduto. E io ne prendo atto. Ritengo che le critiche, del tutto fuori luogo, che in questi mesi ho sentito rispetto alla precedente direzione si sono rilevate esclusivamente strumentali, perché tutti quelli che vogliono fare questo lavoro sanno bene che bisogna fare sacrifici rispetto ai contratti, ma accettano di farli perché pensano di avere una prospettiva, così come ho fatto io, dovendomi adesso ricredere di fronte ai passi indietro che il giornale mi fa fare nel caos generale.Da mesi è stata intavolata una discussione fra il Cdr e la proprietà per consentire alle redazioni, rimaste orfane di giornalisti e redattori, di lavorare nella serenità. E quindi garantire un contratto basato sull’operato dei singoli giornalisti, che sono sempre quelli che hanno stretto i denti la scorsa estate, sopportando l’incomunicabilità dallo stesso Comitato di redazione e lungaggini inspiegabili. La comunicazione, infatti, fra il Cdr e le redazioni non è certamente stata quella attesa dai collaboratori che del resoconto delle riunioni sapevano ben poco e sempre in ritardo. Nelle poche assemblee, oltre ai principi generali – su cui tutti abbiamo convenuto – non si è riscontrato nessun risultato concreto. Al punto tale che l’altro ieri sono stata chiamata, non dai colleghi, ma dall’amministrazione, a partecipare ad una nuova discussione «per parlare della situazione contrattuale» direttamente con la proprietà. Smentendo quindi ogni principio a cui fino ad oggi avevamo fatto ricorso. Mi è stato fatto chiaramente capire che il Cdr, che oggi soffre dell’assenza di altri due suoi componenti dimissionari che si sono però dimenticati di comunicarlo ai colleghi che ancora aspettano risposte, non ha avuto e quindi non ha alcun ruolo vero e credibile. Nonostante ciò, un collega del Cdr durante una delle prime riunioni, ha richiamato i colleghi (me compresa) per avere accettato qualche spicciolo in più (150 euro sic!) dalla proprietà, firmando quindi un nuovo contratto a settembre, prima che le trattative con il Cdr fossero chiuse. Il collega forse non sapeva che la mia presenza in redazione è stata del tutto arbitraria dato che, con un contratto di collaboratore con la Cec, ho assicurato turni e presenze in redazione quotidiane e firmato le pagine. Cosa che non potevo fare, cosa della quale mi sono pentita, vista la grave crisi di immagine e di contenuti del giornale. Oggi però, ad una settimana dal silenzio del Cdr che ancora deve comunicare la data dell’assemblea dei giornalisti e cosa ne è stato del Piano che si è cercato di stilare, la proprietà chiama e i giornalisti dovrebbero rispondere ad un invito allettante. Non posso accettare di firmare un nuovo contratto perché il problema delle redazioni non si risolve con soldi in più ai giornalisti e ai collaboratori. Non ho accettato lo pseudo aumento di settembre perché non ne ho fatto una questione esclusivamente economica ma perché chiedevo che fosse quantomeno riconosciuto il lavoro di chi non si è potuto prendere neppure un giorno di corta. Sempre in attesa che questo stato di assestamento passasse. Oggi tante certezze che avevo crollano, io non mi sento più sicura all’interno di un giornale che non mi tutela. Non avrei la forza, né la voglia, né il coraggio di espormi come prima. Di fare inchieste anche rischiose. Perché oggi (vedi il caso Musolino) nessuno nel giornale sarebbe dalla mia parte.E’ inutile continuare a lavorare per un giornale da un territorio così difficile quando i colleghi del Cdr, la proprietà e il direttore, non lo riconoscono questo lavoro fatto di rinunce, di sacrificio, di pericolo e di passione. Mi dimetto perché quelle garanzie oggi non le ho più, anzi penso di essere stata ampiamente presa in giro (da luglio ad oggi). E oltre il danno la beffa: il declassamento della redazione di Gioia Tauro a ufficio di corrispondenza. Scelta che, se solo fosse stata dettata da una logica non economica di tagli, avrebbe potuto anche essere condivisa. Ma nessuno ci ha voluto spiegare perché questa decisione quando il giornale nella Piana di Gioia Tauro ha continuato ad essere, pur tra mille difficoltà, punto di riferimento. Però anche questa condizione sarebbe durata poco, perché al lettore non possono bastare le nostre tre, quattro, cinque o sei (dipende dalla giornata) paginette. Serviva essere chiari subito. Evidentemente il giornale ha cambiato anche la sua linea rispetto alla cronaca e alla politica. E questo i lettori non lo possono sopportare. Ci eravamo ritagliati uno spazio perché eravamo diversi, eravamo leali e obiettivi. La mia scelta è arrivata tardi, purtroppo. Avrei dovuto avere la forza di farlo prima. Ho firmato insieme ad altri colleghi il documento di solidarietà a Musolino, querelato dal direttore e poi licenziato, perché il collega non poteva essere lasciato solo in quel momento. Penso a lui e penso a quello che è accaduto a me due anni fa. Cosa avrebbe fatto il giornale per me oggi, se qualcuno mi avesse sparato contro la macchina un’altra volta? Perché è stata pubblicata solo la risposta del direttore rammaricato e non la lettera di noi giornalisti per il sostegno a Musolino? Questa non è informazione. Ed io non posso continuare. Lascio con amarezza e tanta difficoltà un giornale che mi ha dato spazio e che in quasi tre anni mi ha fatto crescere professionalmente e come persona. E proprio perché non voglio perdere quegli insegnamenti,che devono rimanere intatti e lucidi nella mia testa, che oggi scelgo di lasciare, di non confondermi più. Non ci sono le condizioni di andare avanti, perché le cose denunciate da Pollichieni nel suo editoriale si sono puntualmente verificate. La mia scelta è maturata in questi mesi e vista la mia giovane età e la mia inesperienza ho voluto sperare ma inutilmente. Finchè ho creduto che si trattasse di una condizione di passaggio sono rimasta al mio posto.

Distinti saluti
Cinquefrondi (Rc), 31 ottobre 2010

Angela Corica

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[AVAMPOSTO PINO MANIACI] NUOVE MINACCE DI MORTE AL DIRETTORE DI TELEJATO

scritto il 19 October 2010 da robertorossi

Altre minacce di morte a Pino Maniaci, direttore di TeleJato a Partinico. Minacce gravissime, ancora una volta. Dirette non solo al giornalista ma anche ai suoi familiari. Minacce di chiara matrice mafiosa. Proprio nel momento più delicato, e non è un caso, di riorganizzazione delle cosche mafiose su questo territorio dopo anni di guerra per il controllo del territorio fra la famiglia dei Fardazza/Vitale (guida tradizionale di questo mandamento) e gruppi emergenti collegabili con il tentativo di scalata dei Lo Piccolo.

Questa ennesima intimidazione non bloccherà il lavoro che quotidianamente, da più di dieci anni, questa nostra piccola emittente televisiva sta facendo. Continueremo a raccontare cosa è Cosa nostra, come agisce, quali sono gli intrecci e le alleanze, quali sono gli appoggi di cui gode.

Noi, assieme a Pino Maniaci, non abbiamo nessuna intenzione di mollare o di “andare via” come ci chiedono gli estensori di questo nuovo messaggio.

Redazione di Telejato

Questo il lancio dell’agenzia Ansa sulle minacce

Una lettera con minacce di morte, spedita da Palermo e indirizzata al direttore di TeleJato Pino Maniaci, è stata recapitata alla redazione dell’emittente di Partinico (Palermo). Il giornalista, in passato, è stato già vittima di intimidazioni. Nella missiva, scritta a macchina, si intima al giornalista di «stare zitto e lasciare il paese». «Non puoi attaccare tutti – si legge – altrimenti ci pensiamo noi a te e alla tua famiglia». «La sentenza è stata emessa», scrive, inoltre, in dialetto siciliano l’anonimo. Maniaci ha portato la lettera al commissariato e ha presentato denuncia. «Non ci lasceremo intimidire», ha commentato. Le minacce seguono un’inchiesta giornalistica fatta dall’emittente sui beni confiscati alla mafia in cui si denunciava la condotta di un amministratore giudiziario che avrebbe gestito una cava sottratta ad una famiglia mafiosa attraverso una società costituita insieme ai parenti dell’ex proprietario colpito dalla misura di prevenzione. (ANSA).

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[AVAMPOSTO MUSOLINO] Sansonetti, CalabriaOra e il lato sinistro di “Porta a Porta” (Paride LEPORACE)

scritto il 19 October 2010 da robertorossi

Sansonetti gioca a far il bastian contrario. Poi il colpo di teatro. L’invito a Masi a ritirare il provvedimento contro Michele Santoro. E vorrei essere Bruno Vespa e poter dire: “Sansonetti ritira il licenziamento a Lucio Musolino e parlate di quello che sta accadendo nel giornale”.

di Paride LEPORACE*

Porta a Porta è la Terza camera della Seconda Repubblica. Un obbligo professionale quindi per un direttore di giornale seguire il dibattito sul caso Santoro-Masi e la libertà d’informazione. Tra l’altro sulla poltrona ambita della società dello spettacolo siede Piero Sansonetti , mio secondo successore alla guida di “Calabria Ora” giornale che mi onoro di aver fondato.
La giornata tra l’altro è stata caratterizzata sulla rete per il licenziamento dal giornale calabrese di Lucio Musolino coraggioso cronista antimafia.
Il direttore Masi è in esterno. Sul lato politico destro il gran cerimoniera Vespa ha disposto i direttori berlusconiani Mulè e Belpietro e il senatore Gasparri che svolgono al meglio il loro compito. Masi ineccepibile nel suo ruolo.
Sul lato sinistro scopriamo perché la sinistra è incapace di essere maggioranza nel nostro Paese. Il rappresentante politico, guarda caso abituè del salotto, si chiama Matteo Colannino. ‘E’ uscito dal cilindro veltroniano. E’ costretto a raccontar questioni di famiglia tra Alitalia e La 7 e il senatore Gasparri può maramaldeggiare sul figlio di papà geneticamente impossibilitato a dire qualcosa di sinistra e forse anche di buon senso. A suo fianco siede Franco Siddi boss del sindacato Fnsi. Difende male Santoro. Incespica sulle antiche rimozioni di Vespa, mantiene bordone in qualche modo sulle abominevoli perquisizioni preventive della procura nei confronti de “Il giornale”. Mi aspetto una difesa ampia dei cronisti di frontiera. Mi aspetto una chiamata a Sansonetti per il caso Musolino. Poche ore prima l’Fnsi calabrese ha stilato un documento molto netto nei confronti di un cronista minacciato dalla ‘ndrangheta e licenziato per la sua attività di denuncia nei confronti del Palazzo calabrese. Mi sbaglio di brutto. Siddi confonde le due vicende che interessano il giornalista Amadori per informazioni ricevute da un finanziere e le minacce ricevute dal portavoce di Emma Marcegaglia, figurarsi se è aggiornato sul caso Musolino. Faccio tesoro di quello che ha scritto su Facebook il mio caporedattore Lucia Serino: “Ieri sera, nel salotto di Porta a Porta , Siddi era accanto a Sansonetti che pur avendo subito il licenziamento di Musolino, non ha speso una parola in per difendere un collega esposto ai proiettili della’ndrangherta. E questo è il sindacato che si preoccupa del mio contratto di solidarietà? Che vuole che le regole siano rispettate? Ma da quanto tempo, caro Siddi, non stai in una redazione?
Sansonetti gioca a far il bastian contrario. Scambio di salamelecchi con il direttore Masi. Poi il colpo di teatro. L’invito a Masi a ritirare il provvedimento contro Michele Santoro e conseguente consiglio a parlarsi per chiarire il contenzioso. Le parole sono importanti. E vorrei essere Bruno Vespa e poter dire: “Sansonetti ritira il licenziamento a Lucio Musolino e parlate di quello che sta accadendo nel giornale”. Ma questi sono castelli in aria. Perché Vespa presentando Sansonetti lo qualifica semplicemente come opinionista del Riformista. Lui tace. Non batte ciglio. Il direttore di “Calabria Ora” non ha orgoglio di testata, nasconde immondizia sotto i tappetini, non ha interesse a pubblicizzare un ruolo ben pagato. E’ solo una foglia di fico apposta su una storia controversa ma illustre che doveva parare una scissione clamorosa avvenuta su delle notizie molto scomode.
Ripenso al mio passato. I brividi nella schiena alla presentazione della testata con la telefonata d’incoraggiamento di Ciccio La Licata quando aveva saputo che c’era chi voleva riattualizzare la lezione giornalistica de L’Ora di Palermo. Ripenso alla polizia che entra in tutte le redazioni del giornale per la pubblicazione della relazione del Viminale sull’Asl di Locri e alle decine di sms di congratualazioni che arrivano sul mio cellulare quando lo speaker del Tg1 delle 13,30 ha proferito la frase: “Da Calabria Ora apprendiamo che il Quirinale è intervenuto sul caso Fortugno..”. Mi chiedo se Sansonetti conosce questo patrimonio non mio ma di una comunità di giornalisti che ha scritto pagine nuove in Calabria. Il patrimonio che ha forgiato Lucio Musolino e tanti altri cronisti. Domande senza risposta. Girano le porte. Sara Scazzi prende il posto di Santoro. Gli stessi giornalisti di prima, senza politici, rimescolano il minestrone. Sansonetti fa il garantista e pontifica sulla tv del dolore. Forse ha ragione Guido Ruotolo de “La Stampa” che mi ha appena lasciato un post su facebook in cui sta scritto: “Piero va bene a “Porta a porta”. Il mestiere di direttore è una cosa seria”.

*Direttore del Quotidiano della Basilicata, Fondatore e primo direttore di CalabriaOra

http://www.zoomsud.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1913%3Asansonetti-calabriaora-e-il-lato-sinistro-di-qporta-a-portaq&catid=74%3Acommenti&Itemid=75

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